«Cosa sono, uno zombie?»
«No. Non sei uno zombie»
«E allora cosa sono?»
«In ogni caso non sei la prima, Camille…»

Il primo episodio della serie tv Les Revevants va in onda su Canal+ alla fine del 2012, nel bel mezzo della mania globale per The Walking Dead, arrivata al rinnovo per la quarta stagione. Firmata dal regista Fabrice Gobert (selezionato a Cannes appena un mese prima per il lungometraggio Simon Werner a disparu…), debutta in un momento particolarmente felice ma altrettanto spinoso. I morti viventi la fanno da padrone e non c’è genere, nemmeno il romance young adult, che non reclami la sua parte di ghoul assetati di cervelli. Nel drama, però, non si sfugge, il modello è quello della Amc: zombie lenti alla vecchia scuola, realismo e grande apertura per l’estetica gore e per gli effetti speciali (si tratta pur sempre di una serie che vuole raggiungere un pubblico mainstream). Lanciato a fil di lama nella forbice tra scoppiettanti telefilm zomb comedy e serie (televisive o via web) di pura ortodossia horror, Gobert ripesca un esperimento del 2004.

Un gioiello firmato Robin Campillo, distribuito all’estero con il titolo They Come Back e conosciuto in Francia come Les Revenants. Una storia fantasmatico-metafisica dell’improvviso ridestarsi dei morti, che a frotte ritornano a popolare la loro città. Zero sangue, nessuna decomposizione o alcuna aggressività per una parabola nerissima sulla definizione di esistenza in vita: una seduta collettiva di autoanalisi sul senso di “umanità”. I “ritornati” di Campillo riemergono dalla tomba senza un motivo apparente e non hanno pretese sul mondo dei vivi. Non dormono, non mangiano e non vogliono nulla. O, meglio, vogliono solo essere lasciati in pace a godersi il legittimo surrogato di un eterno riposo negato: una ragione sufficiente per meritarsi una rappresaglia feroce e preventiva. Una società, che ha così caritatevolmente offerto ai redivivi un complicato apparato emergenziale, con tanto di campi profughi e programmi di assistenza e reinserimento nella vita civile, non accetta un no come risposta. I morti passano in breve tempo da oggetto di controllo e cura a soggetti antagonisti da irreggimentare. Possibilmente a colpi di tank e tenute antisommossa.

A otto anni di distanza Gobert recupera quella sfida, allo stesso tempo ridimensionandola e portandola più in profondità. Dalla città si passa alla struggente e claustrofobica bellezza di una vallata incastonata tra paesaggi boschivi e l’aerobica potenza di una colossale diga in cemento. Dalla dimensione metropolitana si arretra in quella provinciale di una new town nata dalle ceneri di un vecchio borgo. Un “paesone” cancellato dal crollo della chiusa, avvenuto trentacinque anni prima, eppure ancora presente sotto una forma spettrale: un Doppelgänger acquatico che, come l’antico campanile, affiora nel mezzo del bacino d’acqua artificiale delimitato dalla barriera. Il riferimento storico è fuor di dubbio. La sera del 21 dicembre 1959 cinquanta milioni di metri cubi d’acqua sfondarono la diga di Malpasset e si precipitarono a valle a oltre settanta chilometri l’ora. Un’onda di quaranta metri che spazzò via prima il paesino di Malpasset e, venti minuti più tardi, la cittadina di Frejùs. Quattrocentoventuno vittime, per: il più grave disastro civile nella storia della Francia moderna. Un disastro senza colpevoli, che ricorda da vicino il nostro Vajont. Per il crollo della diga ad arco più sottile mai costruita, le inchieste non hanno indicato né responsabilità del progettista o dei costruttori, né mancanze nella manutenzione, nonostante la funesta decisione di ignorare la natura critica della roccia sotto la diga e la presenza destabilizzante della vicina autostrada. Una ferita nella memoria collettiva che non si è mai rimarginata. Dal drammatico e tragico tentativo di rimuovere e ignorare una ferita à la Malpasset si dipana il mistero dei “ritornati” televisivi.

La memoria delle mosche

«Se ti piacciono i drammi, questo è il posto giusto.»

Si dice che i morti, per prima cosa, ritornino alle loro case, in cerca, tra nostalgia e furibonda rabbia, delle persone che amavano e di appigli alla vita. Non ricordano bene perché alcuni luoghi siano loro familiari o per quale ragione presenze, odori e sapori, un tempo indifferenti, o persino disgustosi, risultino così attraenti. Qualcosa nel loro cervello, teoricamente spento, gli inviaun segnale. In maniera simile alle mosche sono in grado di “ricordare” anche attraverso nervi morti. Com’è possibile? Esattamente come nel caso dei piccoli ditteri alati, nessuno lo sa esattamente. Accade e basta.

camille-682x1024Camille (Yara Pilartz), la prima revenant di cui facciamo la conoscenza, non manca a questa regola. A quattro anni dalla morte risale dal burrone che l’ha inghiottita e corre a casa. Una casa che anche lo spettatore ha imparato a conoscere. Nel pilot della serie la macchina da presa vaga intorno alla cucina della sua famiglia, dove la quindicenne consuma in maniera svogliata le sue colazioni e risponde male – che adolescente sarebbe altrimenti? – ai genitori. Si osserva la ragazzina uscire dalla porta con il broncio, per partecipare a una gita scolastica, di quelle tutte torpedone e mal d’auto, che anche noi abbiamo imparato a odiare in giovinezza. Viene fulminata, infine, dalla sua seconda epifania nelle vesti della sorella gemella, Lena (Jenna Thiam). Con le stesse fattezze di Camille e uno sguardo appena più scaltro, Lena si sottrae al viaggio educativo, millantando un’infreddatura, per aprire le porte al ragazzo che ama. Anche Camille è innamorata di lui. Egli, invece, ama entrambe, ma forse di più Lena, la quale lo guida nel suo letto, per scoprire insieme una parte nuova della vita, una diversa dimensione fisica dell’infatuazione da teen-ager. Dietro la porta del sesso e dell’età adulta, Camille è in attesa, destinata a sbirciare e a carpire da lontano. La simbiosi gemellare le fa intuire ciò che Lena consuma, ma è un attimo. Il bus vola giù dal guard rail. Camille resterà sempre a un passo dall’essere donna, ma mille passi indietro a Lena.

A oltre trent’anni di distanza dall’eccidio della diga una nuova tragedia si abbatte sulla comunità. Nell’incidente dello scuolabus muoiono, assieme a Camille, altre trentanove persone, quasi tutti giovani studenti. Un’intera generazione estirpata e inghiottita da una voragine. Nel primo episodio (dal titolo Camille) conosciamo il punto di vista dei sopravvissuti quattro anni dopo l’incidente. Padri e madri svuotati dal dolore, inghiottiti dal rituale del gruppo di auto-aiuto e dalla costruzione di un memoriale. Ci sono i familiari di Audrey, che nella terapia hanno trovato sollievo e sono pronti ad avere una altro figlio. Ci sono poi quelli di Camille. Il padre, perso tra autolesionismo e sedute spiritiche, rancore e rabbia; Lena alle prese con un’eterna e sterile, ribellione post-adolescenziale e la madre, troppo stanca per sopportare un marito distrutto, ma troppo forte per lasciarsi andare al corteggiamento dello psicologo che segue i parenti delle vittime. Una donna in attesa di qualcosa che, tutti dicono, non avverrà mai. Fino al momento in cui Camille bussa alla sua porta. Come se non se ne fosse mai andata, come se dall’incidente fossero passate solo poche ore, quelle impiegate per percorrere a piedi il tratto tra il lungo-diga, dove è morta e si è risvegliata, e la villetta a schiera dei suoi.

Non è cresciuta, non è cambiata, in niente si distingue da una normale quindicenne. Nulla, a parte il fatto di essere morta e tanto, tanto, affamata. Un appetito insaziabile e umanissimo che, in qualche modo, la rende più vicina agli zombie stile Romero. La fame dei walking dead è la fetta più grossa del loro insondabile mistero. Perché divorano carne umana, anzi perché hanno il bisogno di ingurgitare qualcosa, dal momento che il loro organismo non necessita di nutrimento? Si possono dare diverse risposte. Ce ne sono di scientifiche, per cui il danno alle parte del cervello che regola aggressività e appetito rende simili a predatori primordiali, e di comportamentali, secondo le quali il risveglio in mortem produrrebbe una sorta di bulimia da shock post-traumatico.

Les revenants offre una sintesi di tutte le possibili opzioni. Camille ha fame di cibo, come ha fame di tutto ciò che ha perso e che vorrebbe disperatamente recuperare. Ma non c’è solo Camille. Anche Simon ha fame, un appetito tale che si traduce in rabbia, sfuggendo al suo controllo. D’altro canto Serge, il quale si sfoga, uccidendo giovani donne come faceva da vivo, non mostra grandi necessità di sostentamento. Victor si rifugia in tutti i sapori della sua infanzia interrotta – tipo biscotti, latte e riso in bianco –, mentre madame Costa si prende una rivincita sull’inedia che l’ha uccisa. La storia personale del non morto, in questo caso, produce la fame in assenza di vita più che esserne la principale manifestazione.

Ni à l’argent, ni à l’amour, ni au ciel

«Non possono più farci niente, siamo già morti.»

Il revenant è una figura anfibia, un po’ vampiro, un po’ zombie e un po’ spirito magico. Nel folklore tradizionale europeo compare anche come succube di uno stregone, che lo ha richiamato dalla tomba per sfruttarne i poteri a proprio vantaggio e pilotarne le azioni contro nemici e avversari. È una creatura solitaria, aliena alla dimensione di massa dello zombie o all’organizzazione gerarchica del succhiasangue. Caratteristiche che ritroviamo anche nei redivivi di Annecy (la città che presta gran parte delle location alla cittadina immaginaria dove si svolge la serie), capaci – in un rovesciamento del rapporto tra stregone-bokor e revenant-succube – di vedere il futuro, provocare visioni negli altri, inducendoli ad avere esperienze extrasensoriali, e perfino a uccidersi. Votati alla loro causa individuale, eppure capaci di trasformarsi in una vera e propria orda, se spinti da una motivazione comune.

La signora Costa (Laetitia de Fombelle) sbuca dal nulla, così com’è scomparsa “prematuramente”. Il marito l’ha pianta per decadi, accasciato nella poltrona del tinello, davanti a vecchie foto incorniciate. Nel ritrovarla valuta la questione con inaspettato decisionismo. Appurato di non essere pazzo, la lega, dà fuoco alla casa e fugge, poi giunto in prossimità della diga muore gettandosi nel vuoto. La signora Costa, no. Lei ha smesso di vivere da più di trent’anni. Il disastro della diga l’ha condannata a tre settimane di fame. Tre settimane di troppo.

Simon (Pierre Perrier) riappare dopo un’assenza di dieci anni. Il suo unico pensiero è ritrovare l’amatissima Adele. La sua rentrée, però, non è il massimo del romanticismo. Adele (Clotilde Hesme) resta totalmente sconvolta dall’arrivo del suo ex fidanzato morto. Simon era scomparso il giorno delle loro nozze, un evento da cui la giovane non si è mai ripresa. Per lungo tempo Adele ha creduto di vederlo dappertutto e la presenza della figlia, concepita solo pochi giorni prima della dipartita di Simon, è stata allo stesso tempo un sollievo e una palestra di dolore. Il fantasma di Simon è l’ombra della follia irrisolta di Adele e di tutto il non detto tra i due innamorati. C’è ancora un ultimo segreto destinato ad aumentare la tensione tra loro: Simon non è morto in un incidente stradale, come le hanno raccontato, bensì si è suicidato. Ha scelto la morte piuttosto di una vita con lei. Il ritorno per lui rappresenta una seconda occasione di fare felice le donne della sua vita. Una chance tardiva, dal momento che Adele ha un nuovo compagno ed è in procinto di sposarlo.

Julie (Cèline Sallette) è una sopravvissuta. Sette anni prima un uomo l’ha aggredita in un sottopassaggio, l’ha accoltellata a morte e ha affondato i denti nel suo addome, come fa un leone con una gazzella in fuga nella savana. Julie, da allora, non ha mai smesso di correre, pur restando sempre ferma nello stesso punto. Ha continuato a svolgere la sua attività d’infermiera, nascondendosi dietro vestiti troppo larghi e sorrisi troppo stretti. Sola e guardinga, ossessionata dal ritorno del serial killer che l’ha uccisa dentro, Julie si sente inadatta ed estranea alla vita. Scoprire che esiste una terza forma di esistenza è per lei un sollievo. Se fosse anche lei morta senza saperlo? Se la sua apatia fosse solo la prova di una condizione di non umanità? La risposta rimane in sospeso. Julie, in ogni caso, è una revenant ad honorem.

Victor (Swann Nambotin) è un bambino morto da trentacinque anni. Non parla e riesce a comunicare solo una cosa: vuole stare con Julie. Julie è la sua “fatina”, la benevola entità che lo proteggerà fino al ritorno della sua mamma. Anche la madre di Victor è morta. L’hanno assassinata assieme al figlio e al resto della famiglia, nel corso di una rapina a mano armata finita in tragedia. L’ultima cosa che il bambino ricorda è l’uomo con il mitra e il passamontagna con cui ha parlato poco prima di essere ucciso. Gli ha sussurrato di rimanere in silenzio e di cantarsi una canzone nella testa per tirarsi su di morale. Victor ha serrato le labbra, inutilmente, visto che l’altro uomo con il fucile è stato più forte del suo silenzio. Con la vita Victor ha perso le parole, ma che ritorneranno pian piano, una volta presa consapevolezza della propria condizione.

Lucy (Ana Girardot) è l’ultima a essere deceduta. Scomparsa la stessa notte in cui i morti hanno iniziato a tornare a casa e uccisa dallo stesso uomo responsabile dell’aggressione di Julie; la quale, intanto, si risveglia in ospedale, salutata da tutti come un miracolo della medicina, ma lei sa di non esserlo. Ha smesso di credere ai miracoli quando ha iniziato a spacciare sesso e fantomatiche comunicazioni con i defunti ai disperati della città. Ora che è davvero nell’aldilà, è decisa a espiare le sue colpe. Sarà una guida per Simon, e un ponte con la comunità dei viventi.

Serge (Guillame Gouix) è un cattivo ragazzo. Un cannibale che divora e uccide giovani donne. Ti aspetteresti di vederlo bruciare all’inferno e, invece, l’universo lo premia con un nuovo giro di giostra sulla Terra, per assassinare ancora. Eppure anche Serge è stato una vittima, colpito a morte dal fratello Toni (Grègory Gadebois), il quale l’ha ucciso affinché non ammazzasse più nessuno. In cambio ha avuto un giro di giostra all’inferno, mentre sua madre, morta di dolore, lo ha lasciato in preda a paure e sensi di colpa.

Camille, Simon, Adele, Victor, Serge: ognuno è il suo doppio, ma Camille lo è di più. Quella che era, quella che è, quella che sarebbe potuta essere, nello specchio di Lena. Come mosche ronzano intorno ai luoghi e alle cose di una vita che li ha respinti e che li scaccia infastidita o tenta, inutilmente, di ipostatizzarli in una teca per collezionisti d’insetti. Ed è forse questa pervicace volontà di radicamento che li rende unici, diversi. Lontani dai revenants di Campillo, decisi, fin da subito, a scrollarsi di dosso le abitudini di una realtà ormai perduta. Differenti dal resto dei “ritornati” del paese, che si riveleranno spinti da una mente collettiva più che da una passione egotistica, in collegamento con la Terra da cui provengono e che, forse, li ha riportati alla luce del sole per una buona ragione. Inizialmente i “ritornati” non sono consapevoli di essere diversi. Ciò li pone nel gradino più basso di quella che il sociologo Howard S. Becker ha definito la carriera del deviante. Perché avvenga l’adesione a un comportamento di rottura, secondo l’approccio interazionista, prima di tutto tale spaccatura deve essere riconosciuta dal gruppo dominante. Nel nostro caso questa gerarchia è invertita: i revenants vengono individuati come devianti, quando ancora si ritengono parte integrante del sistema da cui provengono. La loro è una “devianza originale”. Sono ri-nati sotto il segno del peccato più grave: la ribellione alle regole della vita e della morte. Ma è solo il primo passo. In ossequio al principio beckeriano della progressività, l’adesione a un modello deviante non presuppone una trasformazione totale e istantanea ma una sequenzialità. Un processo dove sono i comportamenti a creare una motivazione e non viceversa. In buona sostanza, l’adesione a comportamenti di rottura porta all’identificazione con un gruppo, dove questi comportamenti sono accettati e condivisi. Agire contro il gruppo dominante costruisce un sistema di valori e motivazioni antagonisti.

Un passaggio inesorabile che i nostri revenants compiono a sprazzi, in modo del tutto individuale per gradi diversi: Simon aggredisce un ristoratore, Victor induce due persone a suicidarsi e per quanto riguarda Serge, non ha certo bisogno di incoraggiamenti, visto che è già un assassino seriale. Tutte attività che vengono tenute nascoste ai vivi, soprattutto dopo essere stati accettati e protetti da alcuni di loro. La diffidenza delle persone normali, come la percezione della loro devianza, è parziale e pregiudiziale, ma, si direbbe, non infondata. Come si può notare, siamo anni luce dai revenants di Campillo, il cui unico atto di ribellione era essere morti in un mondo di vivi e voler passare il proprio tempo da morti assieme ad altri come loro. I “ritornati” che abbiamo imparato a chiamare per nome, però, non sono i soli in questa storia. Palesato solo a metà della serie, esiste anche un gruppo parallelo che vive rintanato nel bosco. La loro stessa esistenza rimescola le carte, riazzerando l’equilibrio tra viventi e non più morti.

The others

Fin dall’apparizione di Camille una domanda ossessiona tanto i vivi quanto i morti: «Ce ne sono altri?» La risposta porta con sé paure e interrogativi più inquietanti. Se quello dei “ritornati” non è un dono del cielo, circoscritto a pochi fortunati, può darsi che sia una minaccia nascosta sotto le sembianze di un miracolo? Come insegna la parabola del vampiro (e dello zombie) gentiluomo, è la dimensione di massa a fare di un non morto, assieme all’aspetto non piacente, se non marcescente, un monstrum, dove orrore e raccapriccio superano meraviglia e attrazione. A un morto che ritorna si chiede: «Chi sei?» A una massa di revenants si intima: «Cosa volete?»

I morti nel disastro della diga sono tanti. Non sappiamo se si siano rialzati tutti assieme, ma è certo che abbiano scelto di restare vicini e nascosti. Rintanati nella foresta, alla larga dalla cittadina che è riuscita ad andare avanti, superando la loro morte e cancellandone il ricordo. Lena, che li ha incontrarti, ha percepito subito la loro minacciosa estraneità. Una moltitudine (La horde, come suggerisce il titolo dell’ultimo episodio) che si muove in silenzio, si nutre di animali selvatici e si cela dietro un’ostinata afasia. Tutte caratteristiche tipicamente da zombie. Fa parte del loro gruppo l’unico soggetto capace di sferrare un attacco in puro stile walking dead. Circondato dalla gendarmerie, uno di loro viene sorpreso mentre si abbevera alla tazza di un water. Di fronte alle armi spianate non ha alcun dubbio su quale sia la sua “squadra”. Attaccando a denti scoperti, ricorda che i non morti sono in perenne movimento e che la loro docile natura non va né sottovalutata né data per scontata. Se la società li ha espunti e segnalati come estranei o devianti, sarà loro cura costituire una comunità alternativa, in cui richiamare tutti gli altri “membri” isolati e – solo apparentemente – accettati dai vivi.

poster-03La condizione mutante di questi revenants e la volontà di scegliere una strada alternativa a quella che viene loro indicata smascherano tanto la violenza delle istituzioni quanto l’ipocrisia della “società civile”. Basta seguire la parabola di Pierre: psicoterapeuta-guru, che in città si occupa di casi di esclusione sociale, assistenza alle famiglie, terapia di gruppo e disagi di ogni tipo è l’elemento propulsivo del centro di accoglienza “La mano tesa”. Conosce tutti e segue da vicino gran parte delle famiglie colpite dalla perdita dei figli nell’incidente del bus scolastico e ha una relazione non ben definita con la madre di Camille, da cui è molto attratto e che tenta di isolare dall’ex marito. L’approccio di Pierre è un classico della manipolazione. Pierre sorride, sussurra, rincuora. Soffoca la rabbia e pilota il dolore. Controlla gli altri attraverso l’amichevolezza, trovando uno scopo al malessere altrui, ovvero il proprio. Certo, fino al ritorno dei morti, nemmeno lui sa come utilizzare il capitale di stima e sottomissione accumulato. Levata Claire, nessuno degli altri gli è davvero prezioso. L’apocalisse annunciata dal risveglio dei defunti accende in quest’uomo dimesso la miccia di una megalomania carismatica a malapena trattenuta. Proteggere i morti diventa una missione funzionale al consolidamento della sua leadership. Camille viene trasformata in apostolo della morte buona, indotta a indorare la pillola di un sacrificio di massa, inscenando racconti di luce bianca e incontri con gli altri ragazzi morti assieme a lei. “La mano tesa” diventa il punto di raccolta della popolazione in fuga e dei morti “adottati” da Pierre. I membri della sua improvvisata setta sono costretti ad accettarli., ma il risultato non può che essere disastroso. Il dolore cresce a tal punto che c’è persino chi si toglie la vita. Intanto, in città, ogni parvenza di normalità sta venendo meno.

Il ritorno dei morti ha innescato (o ne è la conseguenza?) un processo catastrofico destinato a stravolgere nuovamente il volto della vallata. La diga ha iniziato a mostrare cenni di un misterioso cedimento strutturale; nonostante nessun danno visibile sia stato rintracciato, le acque hanno invaso la centrale idroelettrica. Mentre la corrente andava e veniva, gli animali della foresta hanno inaugurato un insano pellegrinaggio verso il bacino. Carcasse di lupi, volpi e cerbiatti si sono ammassati sui fondali, come per l’azione di un tassidermista pazzo e maniaco delle immersioni o di un pifferaio di Hamelin che li ha guidati, come topolini, a morire annegati a decine.

Nella parte finale della serie la città rivive, al rallentatore, la sequenza di trentacinque anni prima. Manca la corrente elettrica, le scorte scarseggiano, i saccheggi non si contano. Chi non è fuggito, si è rifugiato a “La mano tesa”. Pierre ha convinto tutti a proteggere i “suoi” morti. dalle forze dell’ordine, decise a portarli via. In puro stile reverendo Jim Jones, ha anche rispolverato l’arsenale un tempo usato per le rapine (chiedere a Victor per credere) e scelto un verso dell’apocalisse di Giovanni come tazebao. Il suo motto è, ormai, difendere i non morti e morire con loro, o per loro. I revenants sono il segno mandato dal cielo per annunciare l’armageddon. Ogni apocalisse ha un profeta e Pierre si è eletto tale. L’arrivo dell’orda è l’unica cosa in grado di sconvolgere i suoi piani. Gli altri vengono in pace e vogliono solo che i morti che Pierre ha preso con sé si uniscano a loro. In cambio riconsegneranno la figlia di Adele, rapita da Simon. La battaglia di Pierre per proteggere i revenants non ha più senso. Non hanno bisogno di protezione, e tanto meno di una guida. Sanno cosa vogliono e come ottenerlo. Camille, Victor e la vedova Costa vengono restituiti. Ad accompagnarli ci sono Claire, la mamma di Camille, e Julie, ovvero le più borderline tra i membri della comunità. Manca solo Adele, la quale porta in grembo un figlio concepito da Simon. Un feto che appartiene a entrambi i mondi e che i morti reclamano. Torneranno a prenderlo, dicono, lasciando così nel pubblico la speranza per un futuro sviluppo della serie.

L’onda o della metafisica zombie

L’assenza dello stigma del mostro è ciò che caratterizza i “diversamente zombie” di Robin Campillo e Fabrice Gobert. Non sono caratterizzati da viscere esposte, ferite indicibili o deambulazione stentata. Per loro la decomposizione è un esercizio interiore, denunciato dall’apparente normalità delle membra e delle vesti. Se riemergere dal proprio tumulo con gli abiti portati nella bara è inquietante, riapparire dal nulla con il look sfoggiato al momento del decesso è inconcepibile. Non è un atto di resurrezione; improbabile, ma non impensabile, è un viaggio nel tempo.

La città della diga, ormai la piccola capitale dei morti ritornati, è un luogo di ucronie. Il teatro di un what if collettivo e potentissimo, costellato di aporie logico-temporali. Victor fa la sua apparizione poco prima che il bus della scuola precipiti nel vuoto. Trentuno anni dopo la sua morte, quattro prima del risveglio di Camille e, si presume, del proprio. In un certo senso la sua presenza è la causa dell’incidente? La visione di Adele ricoperta di sangue venoso, fuoriuscito dai polsi squarciati, appartiene al passato o al futuro? Cosa è successo alla città dopo la terribile onda di tanti anni prima? Il crollo della diga è già successo, deve ancora succedere o succederà di nuovo?

Mentre mille impercettibili segni preannunciano una tomba d’acqua, i revenants manifestano i primi stadi di decomposizione. Il tempo interrotto riprende a scorrere. L’ultima notte dei vivi asserragliati a “La mano tesa” si stempera in un’alba che fonde sciagura e rinascita, apocalisse e salvezza. I revenants sono andati via, così come erano venuti. Al loro posto una distesa liquida ricopre la città. Il ritorno dei morti è stato, dunque, solo il presagio di una nuova tragedia? Questi strani zombie hanno tentato in ogni modo di avvertire i vivi per salvarli dal crudele ripetersi della storia?

Il punto di vista sul mostro, quindi, va completamente ribaltato, portandoci a una sola possibile domanda: chi sono i veri morti?

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