Giulia Caminito debutta nella narrativa con il romanzo La grande A, un affresco suggestivo di storia della comunità italiana di Etiopia ed Eritrea, che abbraccia il trentennio dalla Seconda Guerra Mondiale agli anni Settanta.

La protagonista Giadina frequenta la scuola elementare a Legnano durante il periodo fascista quando la madre, l’Adi, abbandona il marito siciliano, che non la lascia respirare, e i tre figli per inseguire libertà e autonomia andando in Africa, la grande A, dove apre un bar e serve i caffè alla clientela italiana.

Giadina è affidata alla Zia, la sorella della madre, che picchia la bambina e le dà gli scarti di cibo da mangiare, una strega che ruba i soldi che la Adi invia destinandoli, invece, a fare vestiti per sé e il corredo per la figlia Anna. La piccola cresce mingherlina nel fisico e insicura nell’animo, nutrendo il sogno di raggiungere la madre bella e fascinosa nella grande A, dove tutto è più bello, lontano dal freddo di Legnano e dalle angherie della Zia. L’infanzia di Giadina, tra stenti e ingiustizie, non incattivisce la bambina, sempre generosa e servizievole. La fiaba di Cenerentola riveste i nuovi abiti di Giadina, che dopo la fine della guerra, ma non della povertà, raggiunge la madre Adi ad Assab e inizia una nuova vita, fatta di meraviglie a cui Giadina non è abituata e di quotidiana monotonia nel bar della madre. Proprio nel bar incontra il bellissimo ma scapestrato Giacomo Colgada, un italiano che è nato in Africa, e dopo sei mesi lo sposa.

Una volta maritata, Giadina diventa la Giada e impara da sola a fare la moglie, l’amante e la madre di Massimiliano, detto Massi. Seguono anni di fatiche, di costruzione di un matrimonio che stenta a sincronizzare due persone così diverse tra loro, finché Giacomo, un bell’uomo, abbandona la Giada, un metro e sessanta di altezza scarso, per una trentenne russa e si trasferisce in Calabria. È la Adi a pianificare la fase di rinascita della figlia: la Giada si trasferisce presso la casa di una maestra di pianoforte francese Janese Bedot e di sua figlia Nicole, una tipa che segue la filosofia esistenzialista, mentre il piccolo Massi sta ad Assab  con la Adi e il suo compagno Orlando. La Giada riesce a trovare un lavoro che le consente di provvedere a sé e al figlio, ma soffre per l’abbandono e la solitudine.

Ma il dispiacere, Massi lontano, Giacomo in Calabria, innamorato, pronto a far faville, un’esistenza tutta da rifare, mattone dopo mattone, senza saper usare il cemento, le avevano tolto la voglia di nutrirsi.

La Giada riesce a sopravvivere grazie alle sue risorse che, inaspettatamente, recupera e scopre dentro di sé, grazie ai suoi amici e a incontri con persone speciali come il greco Stachys; proprio quando la conoscenza con Stachys si sta trasformando in qualcosa di bello e profondo Giacomo ritorna: L’amor che torna è un accadere vigliacco e assassino.

La Giada è costretta a tornare con lui, se vuole tenere con sé il figlio; vive anni di dolce vita tra agi e balli e partite a poker finché nel dicembre del 1960 ad Addis Abeba avviene un colpo di Stato che finisce nella repressione e nel sangue. L’Adi decide che è tempo di ritornare in Italia, l’Africa per gli italiani è diventata un luogo inospitale e ostile, la Giada la segue, ma non Giacomo, che si eclissa.

Arrivano i momenti, sono tanti, ma non tutti sanno riconoscerli, in cui le cose finiscono. Si spengono, facendosi ombre, ed è compito tuo lasciar che svaniscano, ché a tirar per le orecchie il fumo si rimane a palmi sciocchi, pensando di acchiappare ciò che è andato già via.

È nell’epilogo del romanzo che la Giada scopre che la grande A nella sua vita non è stata l’Africa, ma sua madre, l’Adi, forte e affidabile in ogni circostanza, la sua stella polare, capace di darle i giusti consigli nelle difficoltà di una vita dura e movimentata. Nel finale aperto, intenso, questo libro trova la sua chiusa più congeniale e sorprendente, che conduce  il lettore a far vivere le avventure della Giada come se fossero le proprie.

Figure di donne forti e autosufficienti come l’Adi e la Giada precorrono o sono perfettamente al passo con i tempi di liberazione della donna; in modo speciale, l’Adi trova il coraggio di spezzare un legame matrimoniale che non la soddisfa più e poi la relazione  amorosa  con Orlando per costruirsi un percorso di vita faticosamente dignitosa da donna sola e orgogliosa.

La scrittrice delinea assai efficacemente il personaggio dell’Adi come un’attrice cinematografica sempre con unghie con smalto e rossetto rosso pomodoro sulle labbra, che seduce per la sua aria sicura di donna che si è fatta da sé. Il percorso di formazione di Giadina/la Giada è avvincente, disegna senza fronzoli ma in modo essenziale  i travagli impervi della bambina gracilina che diventa una madre bambina. Due personaggi veri che attraggono senza sentimentalismi né vanità letterarie, spesso futili.

Lo stile della Caminito è prosa che a tratti si confonde con la poesia e l’elegia, scrittura che si avvale, oltre che del narratore esterno, anche di un narratore popolare che interviene a esporre il punto di vista della comunità in una soluzione narrativa originale molto credibile e convincente.

Un libro di esordio che conquista man mano che la protagonista morde la vita e se ne impossessa.

Autore: Giulia Caminito
Titolo: La grande A
Casa Editrice: Giunti
Data di Pubblicazione: ottobre 2016
Numero di Pagine: 285
Prezzo: € 14,00

the author

Grazia è nata e lavora a Gioia del Colle, in provincia di Bari, presso il liceo classico “Publio Virgilio Marone”. Curiosa dell’umanità, ama le sfide e mettersi in gioco continuamente. Sensibile, testarda, diretta e determinata, è sempre alla ricerca di valicare i propri limiti. Il motto che cerca di rendere pratica di vita è l’ideale del commediografo latino Terenzio: “Homo sum: humani nihil a me alienum puto” (Sono un uomo: penso che nulla che riguarda l’uomo mi sia estraneo).

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