Sebbene il trend degli esordienti sia tramontato, gli editori continuano a sfornare nuovi “talenti”: più o meno giovani, più o meno bravi. Tuttavia, se si parla di fantastico, le pubblicazioni proposte dalle grandi case editrici tendono a privilegiare interessi commerciali piuttosto che la qualità letteraria.

Non è il caso di Gisella Laterza, scrittrice che ha esordito lo scorso anno per Rizzoli con un testo particolarissimo intitolato Di me diranno che ho ucciso un angelo. Di sé dice di essere un tipo caotico e disordinato, a differenza del suo romanzo che brilla per un equilibrio e un’eleganza insoliti nella produzione attuale. A un’emorragia di parole ammassate sulla pagina, la scrittrice preferisce regalarci un flusso ragionato che descrive una geometria delle emozioni limpidissima, cui si accompagna una continua ricerca, che è quella dell’angelo, ma anche la nostra. Le chiavi di lettura sono molteplici e, sebbene il simbolico si sovrapponga alla descrizione letterale della realtà, la lettura risulta piacevole e scorrevole. Lo stile è lieve ma incisivo, e la sensazione è quella di stare camminando sulla neve soffice appena caduta. Non si sa mai quando si potrebbe sprofondare.

Di me diranno che ho ucciso un angeloPer alcuni giorni, dunque, io e Gisella Laterza abbiamo chiacchierato lungamente su svariati argomenti inerenti l’editoria: l’incontro con Beatrice Masini, l’importanza dell’editing, l’esordio con un grande gruppo editoriale italiano, la promozione e la voglia di sperimentare come scrittrice. Ma anche la vita virtuale: il costante feedback dei lettori, il rapporto con i blogger e nuove realtà come il self-publishingLo scambio che ne è nato era troppo lungo per essere riportato in un unico articolo, così l’intervista è stata divisa in due parti. A rileggerci, con la seconda parte, la prossima settimana!

1. Hai già avuto modo di raccontare la genealogia del tuo romanzo, scritto a 16 anni e poi pubblicato per Rizzoli nel 2013 dopo un lungo lavoro di revisione. Spesso, per non dire sempre, quando si parla di te, non manca il superlativo “giovanissima”, o comunque una nota di stupore nel raccontare della tua età. Come ti rapporti con questo atteggiamento?

Capisco la possibile sorpresa nel lettore che trova in terza di copertina una scrittrice di ventidue anni. Il pericolo a volte è di essere etichettata come una baby autrice, ma credo che il valore di uno scrittore non dipenda dagli anni che ha, ma dalla propria esperienza creativa. La mia dura da dieci anni (ho cominciato a scrivere romanzi a undici) e questo lavoro, prima individuale, poi sotto la guida e seguendo i consigli di una grande editor e scrittrice italiana, Beatrice Masini, ha contribuito alla mia formazione. Certo, posso dire di aver raggiunto una tappa, ma so di avere molto ancora da imparare. D’altra parte, sarebbe bello che l’autore scomparisse, che il lettore venisse a contatto con un testo senza avere idea di chi l’ha scritto. A questo proposito mi ha fatto piacere la recensione di un blogger di YouTube che ha notato che se la Rizzoli non ha pubblicizzato il libro facendo leva sulla mia giovane età è perché ha creduto nella qualità del testo.

2. È interessante, come hai detto, il rapporto testo/autore. Indubbiamente la possibilità di eliminare del tutto l’autore è affascinante, almeno per chi è interessato alla qualità letteraria (e a essere giudicato in modo imparziale dal pubblico) e non a altre velleità derivanti dalla pubblicazione e dalla “fama” di scrittore. Dobbiamo però constatare che non tutti sono d’accordo, sia dopo le reazioni alla scoperta dello pseudonimo di J.K. Rowling, e ancora prima di Stephen King. Cosa ne pensi dell’utilizzo dello pseudonimo o della costruzione di una identità a se stante come un eteronimo?

Credo che sia una possibilità interessante e affascina anche me. Lo pseudonimo, come nel caso della Rowling, consente di dare più valore al testo che all’autore, mentre in alcuni casi ciò che vende è il personaggio che l’autore costruisce da sé.

3. Siamo nell’era del Web 2.0, nel quale l’autore, in moltissimi casi, è presente nei social network e dialoga quotidianamente con i propri lettori. E anche nel caso di scrittori più famosi, la loro presenza è garantita nella rete attraverso interventi, video, interviste, anche a livello televisivo. Quanto è importante, appunto, l’immagine che l’autore crea di sé, al fine, anche, di una migliore “vendibilità” del prodotto?

Importantissima, quanto la copertina per un romanzo. Come abbiamo detto, il personaggio che l’autore crea di sé può incidere molto sulle vendite: è il caso, ad esempio, di John Green, che è un blogger molto seguito. Per quanto mi riguarda, ci sono momenti in cui questa attenzione mi fa sentire sotto pressione, ma la verità è che il contatto con i lettori è prezioso. Da quando è uscito il romanzo, ricevo spesso, ogni settimana, commenti tramite Facebook e Twitter da parte di lettori che hanno apprezzato il mio angelo confuso, o che si sono sentiti coinvolti o emozionati da lui, o che addirittura hanno trovato qualcosa di se stessi tra le mie pagine. Questo contatto per me è prezioso. Mi dà una grande carica e una grande soddisfazione sapere di aver raggiunto uno degli scopi della narrativa: comunicare.

4. Come conseguenza, talvolta, gli editori puntano più sulla biografia dell’autore che sull’opera, di rilevanza minore. Questo cambiamento è positivo? E quali ricadute, a tuo parere, ha avuto nel modo di pensarsi dello scrittore stesso?

Non sempre positivo, purtroppo. Non sempre infatti a una persona piacevole corrisponde un bravo scrittore. Le conseguenze, poi, sono evidenti. Per come stanno ora le cose, è quasi impossibile che uno scrittore scriva e basta. Per farsi conoscere, deve mettersi in gioco. Questo di per sé non è un male. Può esserlo però per chi ha un carattere più introspettivo.

5. Pur nell’obbligo di doversi auto-promuovere, l’autore può comunque trarre vantaggio dal dialogo diretto con i lettori. In che modo questo scambio può diventare realmente proficuo? L’autore dovrebbe tenere conto del feedback ricevuto, sia esso positivo o negativo, oppure continuare indipendentemente dal riscontro?

Parlando di recensioni, credo che ce ne siano tre tipi: le recensioni positive, quelle negative e quelle superficiali. Direi che la cosa migliore sia non calcolare le recensioni superficiali e, per quanto riguarda quelle positive e negative, il consiglio è di leggerle e tenerne conto. Anche se forse la cosa migliore in assoluto è non leggerle: forse uno scrittore dovrebbe scrivere sempre senza essere condizionato dal potenziale pubblico, perché non avrà mai un’idea completa di cosa pensino i suoi lettori, perché il pubblico cambia gusti continuamente. E perché la scrittura è un momento di libertà.

6. E i blogger rappresentano solo uno spaccato di quell’entità non meglio specificata che è il pubblico.

Già. L’entità che si esprime e che può dare un’idea di come sia il pubblico, ma non so quanto indicativa. Certo, ci sono blog che pubblicano articoli di qualità e la loro opinione può essere d’aiuto allo scrittore, negativa o positiva che sia, ma appunto rappresentano il parere di un singolo che, per quanto accurato e interessante, non rispecchia il mondo dei lettori al completo. Quindi mi sembra una mossa improduttiva affidarsi ai blogger per sapere cosa piace al pubblico, mentre può essere utile accogliere le critiche dei blogger di qualità per migliorarsi.

7. Solo negli ultimi anni, durante quella che potrebbe essere considerata la seconda vita dei blog, è nato un tipo particolare di blog, molto differente dai siti culturali come Carmilla o Nazione Indiana, sorti nei primi anni 2000. Spesso sono gestiti da un’unica persona, una ragazza, mediamente giovane, alcune volte si tratta di giovani studenti liceali. Sono i blog letterari di ultimissima generazione, che stanno letteralmente spopolando in rete, anche se arrivano con leggero ritardo rispetto all’America, per esempio, dove moltissimi blogger sono dei veri e propri influencer dell’editoria, soprattutto per il mercato YA. Anche in Italia, dato appunto il profilo dei gestori, il 90% dei nuovi blog sono incentrati sulla narrativa paranormale e per adolescenti. Cosa ne pensi di questo fenomeno e come l’hai percepito da autrice?

Per quanto possa contare la mia opinione, non condivido la tendenza a dividere i libri in categorie così rigide e basate su fasce di pubblico come quella dello YA. Ricordando Wilde, per me i libri si dividono in due: quelli scritti bene e quelli scritti male. Il rischio dei blog che si concentrano su una sola categoria è quello di giudicare bello tutto ciò che rientra in quella categoria, e di scambiare l’originalità per un errore.

8. Il fatto, appunto, che esistano tanti blog che si riferiscono allo stesso target e genere può essere un fattore limitante per la diffusione della lettura, oppure è una tendenza destinata a svanire sia con il passare del trend temporaneo e anche con l’aumento dell’età dei blogger? In questo senso, da autrice ma anche owner di un blog, quale pensi sia il ruolo principale di un blogger? Sebbene sia stato attestato, anche se in modo alquanto approssimativo, che i blog non spostano le vendite (gli influencer restano Che tempo che fa, il Premio Strega, alcune volte la stampa tradizionale e, leggenda metropolitana come per Open, alcuni strategici tweet – quindi opinioni di persone già notissime), c’è qualcosa di positivo in questa fitta rete di spazi virtuali, o sono, alla fine, fine a se stessi?

Agave delle cose vaganti non è un blog letterario: è più un blog personale, dove acchiappo frasi di film, libri, canzoni e ci ricamo attorno i miei pensieri. Visto che i libri occupano una parte importante della mia vita, i post riguardano spesso la narrativa e a volte recensisco. Riguardo a questa esperienza posso dire che, anche se il blog non sposta le vendite in modo significativo, è comunque una prima vetrina per farmi conoscere. Nell’anno in cui è stato online, e ora che continua a esserlo il blog inoltre mi consente di avere uno scambio continuo e interessante su argomenti che mi interessano, letterari e no. Non è una grande cerchia, ma dà comunque molte soddisfazioni.

9. Cominciamo ad avvicinarci al tuo romanzo, Di me diranno che ho ucciso un angelo, riprendendo la risposta alla prima domanda. Parli di Beatrice Masini, che è stata la tua editor in Rizzoli. Quanto è importante trovare un buon editor con cui confrontarsi?

È fondamentale. Un buon editor discute il testo con l’autore e dà suggerimenti, indicazioni e consigli senza intervenire direttamente, o intervenendo poco. È l’autore che deve cercare di capire quali consigli possano essere applicati, ed è lo scrittore che deve imparare ad applicarli. In questo modo l’autore interiorizza la tecnica e il testo può essere migliorato senza essere snaturato, perché alla fine è tutto di mano sua. Per questo motivo il lavoro con Beatrice Masini è durato tanto a lungo. Quando inviai il romanzo a sedici anni, ci fu una telefonata, che ricordo perfettamente, in cui mi disse che poteva pubblicarmi subito perché ero giovanissima e avrei venduto (era il momento di Eragon), ma quello che le interessava non era creare una meteora, ma una autrice consapevole e abbastanza matura con cui poter lavorare anche in futuro. So di avere ancora molto da imparare, ma senza di lei non avrei mai iniziato e per questo le sarò sempre grata.

10. Nel caso dell’auto-pubblicazione, invece?

L’auto-pubblicazione è una scelta che viene praticata sempre più spesso. Conosco poco questo mondo, ma posso dire che un confronto con un lettore attento prima di mandare il proprio lavoro in stampa o negli store online sia necessario.

11. Cosa ne pensi in generale dell’auto-pubblicazione? Soppianterà, come molti credono, l’editoria tradizionale, oppure è una meteora editoriale il cui successo è destinato ad affievolirsi? L’auto-pubblicazione, a tuo parere, è una scelta migliore per un autore già conosciuto oppure per uno scrittore esordiente?

Penso che per un esordiente sia una ottima vetrina per cominciare ad avere qualche feedback e per un autore già abbastanza conosciuto può essere un modo per allargare la propria cerchia di lettori (uscirà infatti a breve, scaricabile gratuitamente, un racconto spin off dell’angelo). Non so se in futuro l’auto-pubblicazione soppianterà l’editoria tradizionale perché ci troviamo immersi in un periodo di grande cambiamento e nel mezzo della tormenta è difficile vedere quali venti soffieranno più forte. Editoria tradizionale o auto-pubblicazione? Digitale o cartaceo? Libreria o store online? Difficile sapere come si risolveranno questi confronti. Sarei tentata dallo spezzare una lancia in favore dell’editoria tradizionale, perché è vero che nei self si trovano degli ottimi lavori, ma anche lavori pessimi, mentre l’editoria tradizionale garantisce al lettore un livello di qualità (anche solo correttezza grammaticale e sintattica) che a volte nei self manca.

12. Quindi è importante che sia presente un filtro rappresentato dall’editore, anche se spesso alcune scelte sono discutibili in termini di qualità. In questo senso è importante trovare qualcuno che ti sostenga e creda nel tuo lavoro, che ci investa. Il self deve fare tutto da solo: correzione, editing, promozione, impaginazione, grafica…

Esatto. Anche per un’altra semplice questione, oltre al problema dell’editing: uno scrittore che deve pensare a impaginazione, grafica, distribuzione e promozione, ha meno tempo per scrivere.

13. E Gisella, in particolare, quando trova il tempo per scrivere?

Sono una studentessa e non è sempre facile. A volte riesco a ritagliarmi intere giornate in cui scrivo tutto il giorno per ore e ore di fila. Sono le migliori per quanto riguarda il mio umore, anche se spesso paradossalmente non sono le più produttive. Sono un tipo caotico e disordinato, privo di disciplina, e scrivo meglio quando rubo il tempo per la scrittura a momenti in cui dovrei fare altro. Infatti giro sempre con un taccuino in cui appunto idee, frasi, a volte interi capitoli.

14. Sicuramente sarà capitato di rileggere appunti che ti hanno fatta inorridire. La prima reazione è…

Cancellare, cancellare tutto. Però di solito tengo tutto e rileggo questi appunti sparsi, idee e stralci di frasi, perché a volte da una frase orribile può nascerne una decente e da una decente una bella.

Appuntamento alla prossima settimana per il seguito dell’intervista. 

the author

Alessandra Zengo corregge storie (degli altri) per lavoro e studia filosofia per hobby. Dal 2009 si interessa di editoria.
www.alessandrazengo.com

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