Dopo averne apprezzato il romanzo Ovunque, proteggici (Nottetempo), tra i dodici libri finalisti del Premio Strega 2014, ho voluto sapere di più del mondo narrativo e umano dell’autrice Elisa Ruotolo; è scaturita, così, una conversazione che consente di approfondire e ampliare le coordinate esistenziali di una scrittrice appassionata della parola.

1. Elisa Ruotolo: chi è e come nasce l’amore per la scrittura?

Circa la prima parte del quesito è sempre preferibile essere vaghi, per evitare rischi d’errore, tuttavia posso dire con certezza che il mio amore per la scrittura nasce da quello per la lettura. Sin da piccola passavo le mie giornate a immaginare storie, a sfogliare libri ancor prima di saperli leggere. Credevo contenessero qualcosa di sacro e allo stesso tempo di misterico, indubbiamente qualcosa senza cui la mia vita sarebbe stata grama, misera. Leggere libri credo mi abbia salvato la vita, proiettandomi verso le infinite possibilità dell’immaginazione; nel tempo poi la scrittura è diventata il risarcimento per ogni mancanza.

2. Il romanzo parla di famiglia, di relazioni burrascose e problematiche tra membri della stessa famiglia, sei stata ispirata nella scelta del tema da qualcosa di preciso e di definito?

Venivo dal racconto, ma desideravo costruire una trama fitta di personaggi e, come dice Manganelli, “il romanzo è l’Erode dei racconti”, nel senso che deve sacrificare tutto ciò che è trasversale alla storia principale. All’inizio avevo però solo questo ragazzino, Lorenzo Girosa, che desidera con ogni sua forza disponibile diventare orfano. A questo ragazzino ho dato delle origini, degli antenati; ho cominciato a scavare nel suo passato (ignoto anche a me) per portare alla luce destini familiari di cui mi stupivo io stessa. Non ho cercato appigli nel reale, volevo che tutto venisse da me.

3. Nel libro la menomazione fisica e psichica viene percepita come una possibile risorsa, ce ne puoi spiegare il motivo?

È vero, ci sono personaggi che hanno delle mancanze nei loro corpi, dei piccoli deficit che tuttavia non costituiscono mai una menomazione tout court. Quando scrivo sono ubbidiente alla storia che viene fuori quasi per geminazione spontanea, nel senso che non applico la mia volontà. Le poche volte in cui ho tentato di insinuarmi con le mie convinzioni, e il mio bel pensare… ecco, mi sono trovata a fronteggiare pagine infelici, che ho lasciato fuori dalla storia alla prima occasione. A voler comunque dare una spiegazione alla fine di tutto – come il pittore che si allontana di qualche passo e considera il quadro su cui si è a lungo chinato – direi d’aver trasformato la debolezza in forza; dato che chi ha una gamba lenta sembra andare più lontano di altri; chi sembra denunciare una pochezza di mente avrà destini insperati; chi disporrà di un occhio pigro riuscirà a vedere più a fondo. Confido che anche nella vita sia così.

4. L’affresco della famiglia Girosa presuppone una frequentazione ampia e prolungata, qual è il lavoro che hai svolto?

Ho dedicato circa due anni alla scrittura del romanzo, ma sono stati due anni discontinui perché talvolta la vita chiede altro. In realtà mi capitava di riflettere più di quanto scrivessi e di sedermi solo quando riuscivo a vedere un po’ di strada avanti a me. Non posso dire di avere un metodo ineccepibile, perché scrivo come diceva Čechov: “senza trama e senza finale”. È vagamente rischioso, è un continuo essere in guardia rispetto a un precipizio che può sbucare dalla foschia a ogni passo. Sia pure in tempi diversi, non ho una posizione diversa rispetto a quella di chi mi leggerà, nel senso che la trama la vedo dipanarsi anch’io nel tempo e a distanza delle pagine. Senza privilegi prolettici. Sono accurata nello stile: cerco sempre la parola giusta e non credo molto nella interscambiabilità sinonimica. Ogni parola deve trovare la sua giusta collocazione nel respiro della frase, ed è un lavoro di precisione: a metà strada tra le cure di un artigiano e quelle di una madre.

Nottetempo_OvunqueProteggici5. In questo romanzo hai disegnato personaggi che sono a poco a poco prosciugati nei sentimenti fino a inaridirsi, mentre altri comprendono la necessità di modificare il proprio comportamento, ce ne puoi parlare? Cosa può spingere alla vita vera e non a un simulacro di vita?

Chi veramente credo sia prosciugato dal suo stesso amore terribile è Blacmàn, il padre di Lorenzo. Lui semplicemente ama nel modo sbagliato sia la moglie che il figlio, anche se però – a ben guardare – non vi è in lui una malvagità che vada oltre questa rude apparenza. La stessa sorte toccherà al figlio, che solo alla fine capirà di dover finalmente stringere ciò che nel tempo era stato solo in grado di perdere: l’amore della figlia Ester. Credo che abbia giocato molto il desiderio di perdono, la volontà di correggere comunque l’unico tempo su cui in realtà non si può intervenire: il passato. E siccome Lorenzo non è più in grado di ricevere dal padre la remissione della sua colpa, tenderà la mano a chiedere il perdono della figlia.

6. A un certo punto Lorenzo Girosa fa i conti con il passato e sgombra definitivamente le zone appannate e di ombra della sua storia familiare; diventa padre quando si riconcilia con il padre e agisce perché inizia ad amare. Che cosa è per te l’amore?

Se sapessi dare una definizione esatta, o perfettibile almeno nelle intenzioni, magari anche solo due righe, credo che non avrei più bisogno di scrivere. Di certo, però, scrivere fa parte della vaga (in quanto incomunicabile) idea che ho dell’amore.

7. Il tuo romanzo mostra una attenzione accurata per la parola, ritieni che la parola e quindi la letteratura possa cambiare il mondo?

Assolutamente no. O almeno non più, forse perché non ho bisogno adesso di sminuire le inutilità. Faccio una distinzione: in termini personali, la letteratura fa molto, nel senso che mi permette di contenere il mio caos, allargare il tempo, di fare esperienze che diversamente non entrerebbero nel mio “campo di vita”; mi permette addirittura di sperimentare il male, la sofferenza senza tuttavia morirne; di rendere abitabile ciò che nella vita vera non lo è, tantomeno risulta augurabile. Vi è del miracoloso in tutto ciò, ma questa – come direbbe Fenoglio – è una questione privata. In termini pratici e oggettivi, la letteratura può poco: non guarisce, non dà soluzioni evidenti, non so quanto migliori possa renderci. E in effetti non è vocata a fare questo, la letteratura. Questa Signora mi pare che sia chiamata a disorientarci a suggerire nuove chiavi di interpretazione, a obbligare il lettore a un discernimento continuo, a compiere una fatica ininterrotta: quella di sospendere il giudizio e il pregiudizio, spingendo a esercitare solo l’umana comprensione (altrimenti mai dovremmo leggere Lolita o Delitto e castigo, per fare due titoli). A volte mi sembra che ci sia qualcosa di vagamente disonesto nella scrittura, perché a tutti gli effetti si muove e vive a scapito del resto (cioè della vita vera). Ma è vero anche il contrario, nel senso che ci consente di vivere al doppio e non un tempo dimidiato: la faccenda dunque continua a sfuggirci. Perché allora curo la parola? Perché mi pare che sia l’unica moralità di cui la letteratura possa vantarsi. Perché in questo modo l’inutilità regredisce a limiti sopportabili. Perché se la scrittura è la mia religione, da buon sacerdote devo avere un rito da seguire. La parola è il mio rito. La mia preghiera.

8. Quali gli ingredienti per una buona letteratura e che cosa è per te la buona letteratura?

C’è letteratura dove non trovo intenti pedagogici, l’ingenuità di insegnare qualcosa. I libri didascalici mi sembrano fortemente immorali. Tutto il resto (con i dovuti distinguo) è sulla buona strada per diventare letteratura.

9. Quali sono i punti di riferimento del tuo universo di lettrice e di scrittrice?

I padri sono sempre, e per fortuna, tanti. Talvolta mi accorgo di citare anche autori letteralmente contrapponibili, ma credo sia anche naturale: da ognuno ho saccheggiato qualcosa in termini di lingua, di costruzione delle storie, di senso dell’attesa, di visione del mondo, qualcuno mi ha insegnato quanto bene possa fare a una storia il ricorso alle callidae iuncturae (sintagma caro ai latini per indicare accostamenti sagaci di parole atti a creare dei cortocircuiti inattesi). Direi di amare Gabriel G. Marquez, J. Maxwell Coetzee, José Saramago, Alice Munro, Gesualdo Bufalino, Michele Mari, Giorgio Manganelli, Apuleio, Fëdor Dostoevskij, Elsa Morante, Giacomo Leopardi… e molti altri sicuramente li dimentico, ma è giusto anche così. Perché la letteratura deve essere imprendibile, poco gestibile, scomoda; assieme sacra e nel contempo femmina di strada, roba da celebrare e dimenticare. A voi la scelta di leggere o meno questo rigo in forma di chiasmo.

Per aver disvelato tracce preziose di sé ringrazio enormemente Elisa Ruotolo, una lettrice vorace prima di diventare scrittrice.

the author

Grazia è nata e lavora a Gioia del Colle, in provincia di Bari, presso il liceo classico “Publio Virgilio Marone”. Curiosa dell’umanità, ama le sfide e mettersi in gioco continuamente. Sensibile, testarda, diretta e determinata, è sempre alla ricerca di valicare i propri limiti. Il motto che cerca di rendere pratica di vita è l’ideale del commediografo latino Terenzio: “Homo sum: humani nihil a me alienum puto” (Sono un uomo: penso che nulla che riguarda l’uomo mi sia estraneo).

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