Arthur Danto, il critico d’arte del The Nation, morto lo scorso mese a New York, era un uomo con una grande idea. Secondo lui, l’arte era finita.

Certo, una cosa è proclamare la fine dell’arte, un’altra è dimostrarla. Danto però fece un tentativo. Era Johnsonian Professore di Filosofia alla Columbia University, da giovane studiò con Merleau-Ponty a Parigi e scrisse un paio di libri sulla filosofia analitica agli inizi della sua carriera. Per essere un filosofo americano del dopoguerra, Danto aveva stranamente un’alta opinione di Hegel. Fu proprio da Hegel che trasse l’idea che l’arte sarebbe potuta finire. L’idea che l’arte fosse finita non significò però mai, per Danto, che l’arte fosse morta o che le persone non avrebbero più potuto fare dell’arte. Proprio come Hegel egli non voleva dire che con la “fine della storia” il mondo sarebbe esploso. “Fine”, qui, significa qualcosa di molto vicino a “compimento”. La fine dell’arte significa che la pratica di fare arte è arrivata a un culmine storico; che l’arte non ha più una storia, una narrazione. Dopo la fine dell’arte, non esiste più l'”Arte”, ma solo l’arte.

Danto giunse alle sue conclusioni sulla fine dell’arte un giorno a New York verso la fine degli anni ’60. Danto stesso dipingeva, in quei giorni. Come lui stesso ebbe modo di ammettere in seguito, era quasi un esteta e snob. Una sera della tarda primavera del 1964, s’imbatté nella Stable Gallery sulla 74esima strada. Qui, Danto si trovò faccia a faccia con le Brillo Box di Andy Warhol. È la scultura in cui Warhol prese della vernice e del legno di scarsa qualità e costruì alcune “Brillo Box”, perfettamente somiglianti alle originali. Questo a significare che, se aveste visto le Brillo Box di Warhol per terra, fuori da una rosticceria in centro, avreste pensato semplicemente che un corriere  stesse portando delle Brillo Box nel negozio. Non c’è nulla nelle Brillo Boxes che faccia pensare ad altro che a delle Brillo Box. Danto rimase colpito e confuso dalle Brillo Box. Successivamente, elaborò una teoria matura per riuscire a definirle: non c’è modo, visivamente, di sapere se le Brillo Box siano un manufatto artistico. In questo modo le Brillo Box segnano il momento in cui l’arte divenne filosofia. Non si possono guardare le Brillo Box senza domandarsi: “Cosa fa di ciò dell’arte?”

Quando, nella tarda primavera del 1964, l’arte divenne filosofica, oltrepassò una linea invisibile. Con le Brillo Box non c’è una chiara demarcazione tra arte e realtà. Se le Brillo Box possono assomigliare solo a delle Brillo Box, ed essere tuttavia arte, allora qualunque cosa può essere arte. Non c’è nulla di intrinseco, niente di interiore o necessario che rende qualcosa un’opera d’arte. Sulle prime, Danto trovò deprimente questa riflessione. Se qualunque cosa può essere arte, allora l’arte non è più speciale.

Col tempo però, Danto arrivò a vedere la fine dell’arte come una grande liberazione. Cominciò a pensare a quel giorno del 1964 come il giorno in cui “la perfetta libertà artistica era diventata reale.” Il fatto che l’arte fosse finita significava che ogni artista poteva essere “un astrattista, un realista, un allegorista, un pittore metafisico, un surrealista, un paesaggista o un pittore di nudi o nature morte. Si poteva essere un artista decorativo, un artista letterario, un aneddotista, un pittore religioso, un pornografo. Tutto era permesso, poiché niente più, ormai, era sottoposto ad autorizzazione storica.” Danto prese a chiamare questa nuova e permanente era dopo la fine dell’arte il “Periodo post-storico dell’arte.” Questo lo rese molto felice.

Non sono sicuro se gli artisti del periodo Post-Storico dell’arte siano altrettanto felici della fine dell’arte quanto Arthur Danto. La maggior parte degli artisti che ho conosciuto affrontano con forte disagio la decisione di fare arte, sapendo che possono fare ed essere qualunque cosa. Questo tipo di libertà può essere paralizzante. Non sono sicuro che molti artisti riescano a capire la connessione tra il concetto hegeliano secondo cui l’arte divenne filosofica e quello infinito in cui l’arte può essere qualunque cosa. Non potremmo dire più semplicemente che l’arte si è frammentata e diversificata esattamente come molte altre cose nel corso dell’era moderna? Abbiamo bisogno di identificare qualche hegeliano culmine della Storia in un momento di auto-consapevolezza filosofica per dimostrare che non ci sono più barriere stabili tra l’arte e la non arte? Forse no.

Tuttavia, Arthur Danto stava scrivendo e pensando a sé stesso al di fuori del problema. Aveva difficoltà nell’accettare il mondo dell’arte così come lo aveva trovato. Si potrebbe dire che aveva difficoltà ad accettare il mondo così come l’aveva trovato. Le Brillo Box sono state il momento di conversione di Danto. Egli voleva essere cambiato, trasformato in un uomo che riuscisse a vedere e capire il mondo moderno intorno a sé. Danto teneva gli occhi ben aperti, ma non riusciva a vedere. Aveva bisogno di “convertirsi”, per poter vivere.

C’è un’espressione che continua ad apparire negli scritti di Arthur Danto: “il miracolo del luogo comune.” Danto voleva avere esperienza di quel miracolo, ma si rese conto che non sarebbe capitato illudendosi di essere ancora circondati da oggetti di elevata bellezza estetica. Il mondo moderno non costruisce grandi cattedrali, templi di pietra, o dipinti da adorare nelle cappelle e nei reliquiari. Il mondo moderno produce pattume di plastica a poco prezzo; ma questo non era ancora la fine. Le bottiglie di Coca-Cola dipinte da Warhol convinsero Danto che il mondo della plastica e della spazzatura potesse essere redento. Danto si servì di questo tipo di linguaggio senza intenti apologetici; egli disse che la Pop Art poteva redimere il mondo. Definì i barattoli di zuppa Campbell di Warhol come “sacramenti”. Danto era stato convertito, per cui aveva la lieta novella per tutti noi:

Mi ricordo, in modo piuttosto vivido, di trovarmi presso qualche incrocio di una qualche città americana, in attesa che mi venissero a prendere. In due angoli c’erano parcheggi di macchine usate, con gagliardetti di plastica che ondeggiavano al vento come festoni e cartelli impudenti che proclamavano offerte imbattibili, prezzi pazzi e affari folli. In un terzo angolo sorgeva un imponente benzinaio self-service, e in un quarto un supermercato, con cartelli in vetrina che annunciavano la vendita di prodotti Del Monte, Cheerios, del burro Land O Lakes, di carne di Long Island, Velveeta, Sealtest, Chicken of the Sea, … Pesanti camion passavano rombando, decorati dai loghi sui fianchi. Le luci scintillavano. Musica rumorosa erompeva dai finestrini delle auto. Io ero stato allevato a odiare tutto questo. L’avrei considerato intollerabilmente grossolano e pacchiano, durante la mia crescita da esteta. Ai miei tempi, la bellezza era, come nelle parole di George Santayana, “una presenza viva, o una dolorosa assenza, sia di notte che di giorno.” Penso che sia ancora così per persone come Clement Greenberg o Hilton Kramer. Tuttavia, mi trovai a pensare: Santi numi, tutto questo è semplicemente straordinario!

Quante volte ciascuno di noi ha avuto la serenità d’animo e la disposizione a guardarsi intorno, confrontarsi con la bruttura della vita quotidiana, e dire: “Santo Cielo, tutto questo è semplicemente straordinario!” Prima che mi sottoponiate le vostre valide obiezioni, permettete a Danto di assaporare il suo momento. Egli è riuscito a raggiungere un obiettivo, come uomo, come essere umano che tenta di vivere in un mondo che non ha scelto, ma che gli è stato dato. Gettato in un mondo popolato di Velveeta e Chicken of the Sea, Danto trovò la gioia. Ne ha trovata forse troppa? Ha abbandonato il suo lato critico per farsi riempire di meraviglia da Velveeta e Cheerios? Questa rimarrà la domanda perenne quando si parla di Danto.

Tuttavia, è difficile fargliene una colpa; la sua “conversione” lo rese infatti un uomo di profonda generosità. Non aveva più recriminazioni da fare all’arte o agli artisti, non dopo essere stato redento dalla Pop Art. Occupandosi di critica d’arte per il The Nation, Danto sviluppò un’abilità quasi sovrannaturale di guardare alle opere d’arte secondo i loro stessi termini. Era molto sensibile a quello che l’arte gli stava dicendo, a quello che ogni opera voleva essere. Dialogava con ogni opera d’arte che vedeva. Questo non vuol dire che gli piacessero tutte, ma cercava sempre di permettere loro di esprimersi.

Potreste pensare, per esempio, che Danto potesse avere problemi con l’arte di Jenny Holzer. La Holzer è molto conosciuta per gli schermi elettronici sucui mostra brevi frasi, spesso divertenti e ironiche. Una frase tipica della Holzer è “L’abuso di potere non è mai una sorpresa.” Sarebbe giusto dire che molta dell’arte della Holzer critica apertamente la società dei consumi, la stessa con cui Danto cercava di riconciliarsi. Qui, tuttavia, ecco quello che Danto pensava di due mostre della Holzer nel 1990: “Entrambe le mostre sono straordinarie e straordinariamente potenti, e sebbene non sia sicuro se le amare voci della DIA o le banalità del Guggenheim mi abbiano reso una persona migliore, mi hanno trasformato in un fan entusiasta e senza riserve di questa bizzarra artista.”

Mi piace il fatto che Danto faccia qui le sue uscite. Non è “sicuro” se è stato trasformato in una persona migliore. Da un certo punto di vista, non gli piace la Holzer, come potremmo aspettarcelo? Tuttavia, lui si spinge oltre. Si costringe a entrare nell’opera e permette di esserne trasformato. Vuole essere trasformato. Verso la fine dello scritto, Danto si è pronunciato sull’opera della Holzer con alcune cose incredibilmente penetranti e sensibili. Fa notare che la Holzer ricorda William Blake, quando considera il linguaggio un oggetto fisico, il linguaggio come qualcosa che puoi vedere e qualche volta toccare. Il fatto che la Holzer metta le parole sulle superfici, l’ha resa, secondo Danto, un tipo speciale di artista visiva. Danto considerava la Holzer come un’artista che “sfrutta le tensioni e le tendenze tra parole e mezzi non verbali.” Alla fine, Danto si rende conto che l’opera della Holzer agisce su due livelli diversi di illusione estetica. “L’arte”, dice Danto, “era considerata una sorta di illusione che inganna i sensi. […] Qui, proprio perché il linguaggio è il mezzo della verità, esiste un altro ordine di illusione: crediamo, falsamente, che le parole siano dirette a noi e che, con la maggior parte delle parole, siano pronunciate dall’oratrice e ritenute da lei veritiere. L’opera è considerevolmente più profonda delle parole.”

La raccolta di saggi di Arthur Danto è un esercizio prolungato di generosità critica, del tipo di quella che estese a Jenny Holzer. Vedeva sempre qualcosa di nuovo, impressionante, capace di operare trasformazioni. Ogni volta. Parlando di arte, Danto era in grado – almeno in parte – di insegnare a vivere. Non penso che chiunque voglia scrivere di arte oggi possa ignorare quello che Danto raggiunse. Ci ha insegnato a essere intelligenti e partecipi nel mondo così come lo ritroviamo. Per quelli di noi che ancora vogliono resistere agli aspetti del mondo così com’è (politicamente, esteticamente, eticamente), questo deve essere compiuto nello spirito di Danto, con gli strumenti che ci ha lasciato. È un modo per dire che dobbiamo imparare ad amare il mondo anche e specialmente se vogliamo cambiarlo?

Un’ultima cosa. Nei miei incontri personali con Arthur Danto, la redenzione era reale. Egli aveva davvero trovato qualcosa di bello. Si poteva osservare ogni tanto il luccichio negli occhi di Danto. Si stava divertendo ad amare il mondo. Era un uomo di grazia. Una strana grazia, ottenuta tramite un’empia mistura di Hegel e Andy Warhol; ma sempre e comunque grazia.

Fonte © nplusone

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