Tre serie televisive ambientate e prodotte in luoghi freddi e nordici – scordatevi per un po’ Montalbano – sono approdate variamente sulle nostre reti. Parlo di The Killing (2011-2014), inizialmente mandata in onda da Fox Crime e ancora non trasmessa in chiaro, di Broadchurch (2013 – in produzione), in transito ora su Giallo TV e rinnovata per una terza stagione nel 2016, e di Luther (2010-2013) scelta addirittura da Rai 2, ma anche foriera di novità in futuro, pare, con una possibile nuova stagione o addirittura un film. Non sono oggetto di battage pubblicitari trionfali, non è roba facile, implica una visione intelligente e la capacità di gradire atmosfere e situazioni non solcate a intervalli regolari da inseguimenti mozzafiato e acrobatici testacoda per titillare i palati semplici.

protagonistiTutte e tre queste serie si distinguono grazie a protagonisti empatici, pronti a soffrire e a immedesimarsi con la vittima, resi da interpreti vibratili e di alta levatura.

Per The Killing dobbiamo immaginare gli ampi scenari grigi e ventosi di Seattle, un’interprete, Mireille Enos, capace di grandi performance e un partner, Joel Kinnaman, che non ha problemi a starle dietro. La serie si è conclusa da poco con la sua quarta stagione, che si spera possa arrivare prima o poi anche da noi. Linden e Holder sono due poliziotti “estremi”. L’una arriva a stati di delirio perché si lascia ossessionare dai casi che segue, a volte, dimenticando se stessa e anche il proprio figlio. Holder è un ex tossicodipendente, arrivato a rubare i soldi al proprio nipotino per la dose, prima di disintossicarsi. Sono due disadattati geniali – come la maggior parte degli investigatori oggi in voga nelle serie tv – che stabiliscono legami profondi con le vittime e i parenti di esse.

killing-netflixLa prima stagione di The Killing ha avuto al suo esordio un successo di critica e di pubblico notevole, soprattutto dovuto alla fotografia, alla regia originale, ma anche all’attenzione data alla famiglia della vittima dopo l’omicidio che dà il titolo alla serie. I familiari di Rosie Larsen, la ragazza inspiegabilmente uccisa, e le loro reazioni e vicende occupano la metà della serie, oltre a una realistica successione di tentativi di svelare il mistero, sistematicamente falliti. Questo delitto viene risolto nelle prime due stagioni. Gli ascolti sono calati negli Usa, dopo la prima, perché molti spettatori non hanno apprezzato il fatto che si diluisse troppo la conclusione della storia. Intanto però l’attrattiva generale della serie rimane, in gran parte perché l’investigazione in genere lascia trapelare aspetti comuni fra poliziotti, indagati, testimoni e vittime: rapporti difficili e conflittuali, famiglia, padri, madri, figli, abbandoni, incapacità di essere genitori e di credere in se stessi. Questa incertezza e precarietà, questo senso pervasivo di inadeguatezza sono ricorrenti nella stessa maniera nelle vite delle vittime quanto in quelle dei carnefici: un disamore e un’incapacità di vivere i rapporti derivante da una crisi esistenziale che è anche generazionale, storica, epocale, e di cui a volte è più comodo trattare se incastrata in interessanti trame gialle.

E fra le urgenze dell’uomo si annovera pure la tematica religiosa, soprattutto con il personaggio di Holder, cattolico, che cerca a volte nel severo e luminoso edificio di una chiesa la forza di combattere quel dolore che in se stesso lo spinge alla rabbia cieca e all’autodistruzione. In una scena molto densa chiede disperatamente “Dov’è Lui?” alla grata dietro la quale le suore hanno appena finito di cantare dolcemente i loro inni, lui, che ha il Crocifisso tatuato sul collo, lui che sgarra, si droga e ha questa paura terribile di essere un cattivo padre. Particolare è anche il rapporto fra i due protagonisti, che non è di natura sentimentale, ma che è fortissimo, anche se non facile. Linden e Holder litigano, si mandano a quel paese, si supportano e rompono, a volte per pochi istanti, la scorza dura che li separa dal mondo, per toccarsi l’anima a vicenda, per dirsi la verità anche quando è scomoda.

broadchurchBroadchurch ci offre un’Inghilterra particolare, quella di una cittadina affacciata sull’alta scogliera che guarda al continente. La serie gioca in modo intrigante con un mare di interrogativi e, nel contesto della provincia appartata e tranquilla, smaschera le apparenze, rivelando dietro la facciata delle persone realtà scomode, segreti inconfessati e dolori. Proprio come in The Killing, i parenti della vittima hanno una parte da protagonisti, e si tratteggiano i caratteri dei componenti della famiglia del ragazzino di undici anni trovato morto sulla spiaggia. In entrambi i casi lo choc della scoperta, le prime ore dopo la tragedia e le dinamiche nei rapporti profondamente cambiati dal dolore sono in primo piano, squarciando il velo, laddove normalmente le serie gialle o procedural mantengono l’attenzione piuttosto sulle dinamiche investigative, regalando alle vittime e ai loro parenti solo qualche breve scena patetica. Anche qui il poliziotto protagonista è un isolato tendenzialmente sociopatico, l’ispettore Alec Hardy, il talentuoso David Tennant di Doctor Who, viene da fuori, è scarsamente propenso ai rapporti umani, brusco e nasconde un segreto, un fallimento, una malattia, che non lo rendono il classico e solito vincente sagace. Tanto lui diffida e sospetta di tutti, come da copione, tanto la sua partner, il sergente Ellie Miller, non lo fa, perché è del posto e conosce tutti. La serie si chiama Broadchurch perché sarà la cittadina stessa a rimanere a nervi scoperti, alla fine dell’indagine, mostrando il dolore che è immondo se è mostrato senza affetto e solidarietà umana. Infatti anche certo giornalismo, con il suo “sbatti il mostro in prima pagina”, è mostrato e stigmatizzato in questa serie che ha avuto ottime recensioni dalla critica. La seconda stagione, conclusasi in Inghilterra a febbraio 2015 e in Italia su Giallo il 27 aprile, ha mantenuto le ottime premesse della prima, senza minimamente deludere i fan.

Altra caratteristica, anche questa comune al succitato The Killing, è il peculiare rapporto che si instaura fra il protagonista maschile e quella femminile. Come fra Linden e Holder anche Hardy e Miller si trovano a dover collaborare a causa di forza maggiore e risultano essere l’uno per l’altra una cartina al tornasole per imparare a guardare se stessi senza più diaframmi e maschere. Lo schema è interessante anche perché costituisce un’evoluzione. Se pensiamo alle coppie telefilmiche – di investigatori o comunque di personaggi che perseguono un qualche fine positivo o eroico – ci ritroviamo sovente a prevedere una qualche liaison sentimentale. Si possono citare Castle o Bones, ma si può anche risalire indietro nel tempo a tutte quelle serie che dagli anni settanta/ottanta in poi hanno consentito che, accanto all’indiscusso protagonista maschile, anche una donna venisse in evidenza, all’inizio solo col ruolo di spalla dell’eroe. Si potrebbero citare Remington Steele o Moonlighting, serie nelle quali gli sceneggiatori si trovavano a dover fronteggiare il momento in cui la UST, cioè la unresolved sexual tension, finalmente veniva sciolta, dopo che i due personaggi finalmente riconoscevano l’amore che li legava. Insomma, dopo tale desiderato scioglimento, l’audience calava disastrosamente, proprio perché era la UST a tenere desta l’attenzione di moltissimi telespettatori, soprattutto di sesso femminile.

L’alternativa, negli ultimi tempi, invece è stata concepire a livello di sceneggiatura un rapporto che non contenesse elementi sentimentali, ma che non fosse meno solido, anzi. Si potrebbe chiamare “amicizia”, ma è molto di più, è un legame talmente profondo e forte che consente, come già abbiamo detto, a un personaggio di procedere e compiere un cammino di cambiamento grazie all’altro, in genere vicendevolmente. C’è realismo, c’è profondità, ci sono temi esistenziali importanti, che vanno oltre la trama verticale di ogni episodio e costituiscono lo zoccolo duro della trama orizzontale, che percorre le varie stagioni e che si configura come una sorta di romanzo di formazione. Anche le donne si ritagliano un ruolo di indipendenza proprio perché possiedono, oltre a doti intellettive e competenza investigativa non comuni, anche quelle qualità di empatia e rapporto umano di cui i protagonisti maschili, spesso tutti compresi nel loro genio, sono privi.

lutherEccezione che conferma la regola potrebbe essere la serie Luther, ambientata nella Londra spesso squallida e solitaria dei sobborghi, lontani dal London Bridge. Lui, Idris Elba, attore che vanta un curriculum teatrale, televisivo e cinematografico molto interessante (per gli amanti della Marvel è Heimdall nella serie cinematografica di Thor), è il classico poliziotto sui generis: non segue le regole, persegue la giustizia più che la legge, e questo lo mette spesso sotto scopa, dato che lo porta a violare continuamente le procedure. John Luther, ispettore capo di un’unità speciale di Londra, porta l’empatia all’eccesso, percorrendo pericolosamente il confine fra la legalità e l’illegalità. Agisce d’istinto, ama, vive tutto con passione e persegue una moralità difficile e pericolosa, proprio perché tentativamente pura. Sintomo di questo è il rapporto controverso che vive con una donna che ha incontrato durante le sue indagini. Alice Morgan è in realtà un’assassina. Ha ucciso i suoi genitori ed è talmente intelligente e priva di empatia da aver progettato il delitto perfetto. Luther lo capisce e non può far nulla per incastrarla.

Fra loro nasce un legame perché la personalità di lui intriga la donna, la incuriosisce e così, spesso, Luther riceve da lei aiuto, in genere non richiesto, ma non meno risolutivo. Scompare, ricompare, evade e sempre è lì davanti a lui a frugargli l’anima, svelandone gli aspetti nascosti, esponendo a volte la propria, scoprendo nervi, indagando i nodi. Persino quando la polizia lo ricerca attivamente come sospettato lei è l’ultima spiaggia, anche se il suo modo di agire è amorale, spesso delittuoso, freddo e irridente. Il calore di lui e la patologica, quanto presunta, mancanza di empatia di lei fanno da contraltare e si integrano. Non è un legame dichiaratamente affettivo, sebbene la tensione sessuale irrisolta sia alta, ma il personaggio di Alice Morgan è troppo sopra le righe per risultare una semplice spalla. Sembra assorbire l’empatia da lui, come una pianta parassita, sebbene alla fine il rapporto somigli di più a una simbiosi mutualistica.

Il tema è ancora di tipo morale, in quanto in tutte e tre le serie esaminate c’è uno scavo dell’animo umano e un’indagine sull’essenza dell’agire “bene” in rapporto con le regole prestabilite, in un sentimento di desolata certezza che la legge, lungi dall’approssimarsi alla giustizia, spesse volte addirittura la ostacola. Il poliziotto allora – Linden, Hardy, Luther – soffre perché vuole fare il bene e si trova a fare il male, vorrebbe restituire giustizia alla vittima, ma è costretto suo malgrado a compatire anche il colpevole, perché “… ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”. Anche in TV.

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  1. Pingback: Dietro la scena del crimine, saggio di Cristina Brondoni 16 Nov, 2015

    […] approfitto per chiederle se ha visto e cosa ne pensa della prima stagione della serie americana The Killing, in cui la famiglia della vittima è seguita nella sua quotidianità, dopo l’avvenimento […]

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