Questo non è un libro da diporto, nonostante il titolo giochi con l’understatement. E questo si può dire non solo perché i dispiaceri in questione non sono affatto piccoli, ma perché l’autrice attraverso il tono leggero e quasi giocoso che innerva il romanzo parla di un dolore esistenziale “alto” – nel senso latino di altus, cioè profondo – del quale non si può davvero parlare se non così, riducendolo ai piccoli frammenti di tempo, di vita, di noi stessi.

miriam toewsYoli è una donna senza grandi certezze: la sua provenienza da una piccola e asfittica comunità mennonita la vaccina contro le sicurezze eccessive. Di certo però ama sua sorella Elf, geniale pianista apprezzata in tutto il mondo. È lei quella intelligente, spiritosa, bella, amata, anche e soprattutto da un uomo gentile, adorante, che è suo marito. Ciò nonostante Elf vuole morire, ha provato già diverse volte. Yolandi si trova a dover lottare contro questo tenace cupio dissolvi, e non importa quanto la sua vita sia confusa, caotica, incerta, quel che sa è che deve lottare per la vita di quella ragazza che è sempre stata il suo faro, il suo punto di riferimento, il suo inarrivabile modello. L’amara realtà, però, è che, nonostante tutto ciò che la unisce alla sorella, la sua è una lotta impari.

Yoli sarebbe una sorta di Bridget Jones, così desiderosa d’amore, così precaria eppure tenace, come madre di due adolescenti, così bisognosa d’aiuto, ma forte, anche nel sostegno vicendevole con sua madre, personaggio altrettanto sui generis ed eroico per certi versi, importante, misterioso e tenero nella sua innata stranezza. Yoli si barcamena fra il suo lavoro precario di scrittrice per ragazzi e le necessità che la sua variegata famiglia le impone, ma soprattutto lotta, dentro e fuori dall’ospedale, con Elfrida, che sempre tentenna fra la necessità di effettuare la tournée di pianista internazionale, famosa, infinitamente stimata, e il progetto inesausto di farla finita.

Fra un affanno e l’altro, nei flashback che nascono senza soluzione di continuità rispetto al presente, nel ricordo di Yoli, lentamente si scopre la storia delle due sorelle, il loro rapporto col padre, figura struggente, dolce e degna di una tragedia greca, con la rigida comunità d’origine, con la natura refrattaria, dura della realtà stessa contro cui le sensibilità superiori di Elfrida e di suo padre si scontrano. La madre e Yoli, ben lungi dall’essere da meno, pure posseggono una resistenza diversa, una capacità di comprendere a fondo quel dolore universale che ferisce atrocemente il padre e la figlia maggiore, eppure coltivano la possibilità di nutrire, pur nella sofferenza accanto a quelli che adorano, una resilienza innervata di un amore per la vita, che è invincibile. La morte affonda la sua lama nella natura divinamente vibrante del padre e di Elfrida, che trasfonde nella musica il suo dolore a tal punto da colpire chiunque la ascolti. Ma la tensione verso la salvezza dal dolore che solo il suicidio pare promettere non lascia in pace Elfrida, e Yoli dovrà farci i conti.

Questa lettura, che mi è costata infinite lacrime, paradossalmente, risulta leggera e dolcissima come poche altre. Il fascino unico di questo libro è proprio quello di possedere una levità incredibile. Si ride, si piange e si pensa, con un’intensità assurda. La storia, poi, è narrata con uno stile personale particolarissimo, che non prevede virgolette per il discorso diretto e trascorre dal passato al presente portando il lettore per mano, con una fascinazione pericolosa. Pericolosa sì, perché nel frattempo, seguendo le vicende di Yoli, non si può non riflettere sulla vita, sulla morte e sul senso dell’esistenza, sulla religione, sulla malattia, sul dolore di esistere, così forte in chi è capace di purità e grandezza. Eppure le persone, figli, ex mariti, amanti straniti, zii e cugine, sono per Yoli un’ancora così forte in questa vita drammatica (non solo nel senso di tragica, ma in quello di “invincibilmente interlocutoria”), che alla fine il lettore è spinto a ringraziare quella magia tenace nella bellezza dell’esistenza che ti fa venir voglia di assaporare tutto.

E così rimane un’immagine fra le altre: quella della madre di Elfrida e Yolandi che, ogni volta che fa un bagno in mare, non riesce a resistere alla tentazione di farsi trascinare dalla corrente, ovunque la porti, abbandonandosi ai flutti con un affidamento che sconvolge, perché presuppone una fiducia talmente grande che la vita sia buona, comunque ti ferisca, che non può non rimanere impresso. E alla fine i pescatori trovano la signora al largo, sorridente e ilare, che si lascia riportare dove la Vita, ultima dea, la vuole.

Ultima dea la Vita, sì. E questo romanzo, storia vera dell’autrice, chiede, a ben vedere, a chi legge di prendere posizione, se si corre il rischio di valutare a fondo la profondità mal nascosta dietro la sua apparente leggerezza. Perché vale la pena vivere? Che cosa sono davvero il dolore per la dissonante esistenza, le circostanze per come ci sono date, la bellezza che assedia l’anima?

Miriam Toews, con il suo libro I miei piccoli dispiaceri, è risultata la vincitrice della sezione Narrativa straniera della prima edizione del Premio Sinbad – Città di Bari 2015.

Autore: Miriam Toews
Titolo: I miei piccoli dispiaceri
Titolo originale: All my puny sorrows
Traduttore: Maurizia Balmelli
Editore: Marcos Y Marcos
Pagine: 368
Prezzo: € 18,00 brossura;
Data pubblicazione: 9 aprile 2015

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