Come i film, i formaggi e le certezze, anche i libri invecchiano in modo diverso, alcuni meglio di altri. Ci sono quelli che diventano classici e quelli che si portano appresso la data di scadenza, e a riprenderli in mano dopo anni li si trova ridicoli, incredibilmente stupidi o, nel caso migliore, belli ma distanti.

Le figlie degli altri SterneLe figlie degli altri, opera dell’autore statunitense Richard Stern, appartiene a quest’ultimo gruppo: scritto e ambientato agli inizi degli anni Settanta, è un ottimo romanzo, costruito con grande mestiere e illuminato da sprazzi di estrema finezza narrativa e psicologica. Eppure leggendolo quasi mezzo secolo dopo si avverte un senso di netto distacco.

La trama è piuttosto semplice: rispettato professore universitario sui quaranta, sposato e con quattro figli, si innamora di studentessa ventenne disinibita per la quale finisce col lasciare moglie e prole. I personaggi sono quelli tipici del genere: lui, Richard Merriwether, mediamente pigro, annoiato da una quotidianità che sembra negare ogni possibilità di cambiamento; lei, Sarah Merriwether, furiosa per aver sacrificato studi e intelligenza alla famiglia e alla carriera del marito; l’altra, Cynthia Ryder, giovane, bella, viziata e armata del più formidabile strumento di emancipazione femminile della storia recente: la pillola anticoncezionale.

C’è un’enorme distanza tra la generazione di Richard e Sarah e quella di Cynthia, distanza che a un lettore contemporaneo sembra inverosimile: per i primi la vita si è costruita sullo stesso modello di quella dei genitori (tanto che fino a che non veniamo a sapere la loro età ce li figuriamo molto più anziani di quanto non siano), mentre Cynthia ha tra le mani il potere nuovo di vivere appieno il suo essere donna – mentalmente, emotivamente, sessualmente – senza perdere la propria libertà.

E proprio attorno al concetto di libertà (di essere, diventare, fare e disfare) ruotano le scelte dei personaggi: di Richard, che si scopre ancora in grado di provare passione, amore, gelosia; di Sarah, che rivendica con forza il diritto di coltivare se stessa; di Cynthia, che accetta l’amore per Richard come un accadimento inevitabile e ne fa uno dei suoi molti centri; dei figli di Richard e Sarah – Albie, che vuole sbagliare da solo, Priscilla, che da sola vuole capire e giudicare, Esmé e George, ancora troppo giovani per contare davvero ma già dotati di personalità uniche –, delle figure di contorno, gli amici e colleghi di Richard, il padre e le sorelle di Cynthia.

È una libertà che avrà un costo per tutti, soprattutto per la famiglia Merriwheter che vivrà l’esperienza del divorzio. Quelle in cui racconta la sofferenza del lasciare andare gli anni di storia in comune, il disfacimento di abitudini e riti, il dolore della perdita dei propri punti di riferimento e la fatica di crearne di nuovi, sono tra le pagine migliori e più “umane” di una narrazione dominata da una generale antipatia per gli esseri umani, irreparabilmente intrisi di debolezze e meschinità che non li rendono più simpatici o vicini ma, al contrario, quantomeno irritanti (soprattutto nel caso delle protagoniste, tratteggiate con garbata misoginia).

Le figlie degli altri è un’elegante coltura in vitro, conservata sugli scaffali polverosi della Storia Americana, che si legge con piacere ma limitato coinvolgimento. Una diapositiva che conserva intatti i suoi colori ma resta pur sempre una diapositiva, testimone immobile di un tempo passato nel quale non ci riconosciamo più.

Autore: Richard Stern
Titolo: Le figlie degli altri
Casa Editrice: Calabuig
Data di Pubblicazione: Novembre 2015
Prezzo: € 15,00
Numero di Pagine: 300

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