Al secondo appuntamento con l’attrice Elisabetta Pozzi, tra i principali riconoscimenti da lei conquistati annoveriamo un Premio Duse alla carriera, quattro Premi Ubu, Premio David di Donatello e da ultimo il premio nazionale Aroldo Tieri in ricordo dell’attore calabrese, esploriamo il mondo dei due grandi tragici Eschilo e Sofocle, che l’attrice ha a lungo e con ampi successi affrontato. Nell’ultima parte si parlerà di Euripide e del suo genio teatrale rivoluzionario.

Una parte imprescindibile della tua vita teatrale è legata alle rappresentazioni drammatiche che ogni anno a partire dal mese di maggio si svolgono al teatro greco di Siracusa, dove hai rappresentato e portato sulla scena molte eroine tragiche. A partire da Eschilo, Clitemnestra rappresenta una visione della donna completamente ribaltata rispetto a quella reale della società greca: volitiva, capace di agire e decidere come e più dei maschi. In che modo ti sei avvicinata e sei entrata nel suo mondo?

Se devo essere sincera, ammetto di essermi avvicinata a Clitemnestra con difficoltà. Non è un personaggio che ho amato dall’inizio, ne provavo soggezione, non so… la temevo, forse proprio per la sua grandezza! A dispetto del titolo, la protagonista dell’Agamennone è proprio lei, Clitemnestra, e Eschilo ha modellato un personaggio davvero nuovo rispetto alla tradizione: è lei, per esempio, ad ammazzare il marito, mentre in Omero e nelle raffigurazioni vascolari l’assassino del re argivo è Egisto, il suo amante. Clitemnestra è protagonista di una serie di scene tra le più belle della storia del teatro classico, che per un’attrice significano una sfida formidabile e un piacere incomparabile. Ogni suo monologo esprime un raffinato, lucidissimo pensiero: lei è regina, dal “cuore maschio”, che per prima annuncia la distruzione di Troia, lei è donna che attende il marito con ansia, nella scena col messaggero più volte proclama la propria fedeltà, all’arrivo del marito, poi gli si rivolge con i toni della donna innamorata che accoglie il proprio uomo che torna vincitore da una lunga guerra, ma nell’evoluzione del dramma rivela tutta la sua ambiguità e ferocia. Non appena compie l’assassinio torna dal coro ed esclama: “Tutto quanto ho detto prima era giusto, per quel momento, ora non ho alcuno scrupolo a dire il contrario”. Tutto in lei è controllo maniacale della situazione, è arroccata nella reggia, tiene a bada i sudditi, impone le sue regole alla città, interagisce spavaldamente con il coro dei vecchi argivi, che non la amano, mostra sentimenti che non prova e ha la forza di escogitare una trappola mortale per il marito. Mi sono trovata a incarnare un personaggio mosso da una forza e una spietatezza inusitate, perché è determinata, accesa dal progetto di poter uccidere il proprio marito e vendicare così la morte di Ifigenia, la loro figlia. Vendicarsi forse anche delle infedeltà del marito che fu la delizia delle Criseidi sotto le mura di Troia. Mi sono chiesta, però, se Clitemnestra sia davvero spinta solo da questi propositi, non ci ho mai creduto fino in fondo; in lei si muove qualcos’altro, mi pare, un puro bisogno di potere, o forse la necessità di vendicare un sopruso, di ristabilire le regole di quella società matriarcale ormai da tempo esautorata.

pozzi clitennLo scorso anno hai portato in scena a Siracusa l’Orestea e quest’anno ancora nei maggiori teatri italiani: cosa apprezzi e ammiri del teatro eschileo?

Eschilo in Orestea è fortemente interessato al problema della giustizia: la parola dike, “giustizia”, è pronunciata numerosissime volte. Esiste un movimento evolutivo nell’arco della trilogia che dalla vendetta personale, quella che Clitemnestra e Oreste perseguono, conduce al senso odierno di diritto (con le Eumenidi) grazie alla trasformazione delle Erinni vendicatrici in benevole e alla introduzione nella società del tribunale dell’Areopago. Una svolta epocale che Eschilo riesce a rappresentare con una vivezza e profondità ammirevoli. Racconta il sorgere di un nuovo stato dalle ceneri delle lotte di famiglia.

A Cassandra hai dedicato un intero spettacolo, Cassandra o del tempo divorato, risultato di un paziente lavoro di ricerca e di sinergia con Massimo Fini su un personaggio-simbolo della modernità. Ci puoi parlare proprio dell’interpretazione che hai dato alla profetessa, dal dono/perdizione del futuro e di non essere mai creduta?

Questo personaggio mi ha sempre interessato perché si fa carico di problematiche a me care. È stata una bellissima avventura, cresciuta dentro di me partendo dalla convinzione che le donne, in particolar modo, abbiano l’intuizione del futuro; il dono della veggenza non è tanto offerto dalla divinità o è della divinità, quanto è proprio di chi è in grado di capire come possano andare le cose: chi conosce il passato e vede le condizioni del presente non può non capire come andrà il futuro; se gli uomini perseverano negli stessi errori non si può sperare di invertire la rotta, di migliorare la condizione umana. Non sentiamo che parlare di “crescita”, di potenziamento, ma se ne parla solo in termini economici; abbiamo visto, però, cosa significa spingere la società a un incremento senza limiti delle produzioni, a una saturazione del mercato! Siamo sommersi di merci che non possono che diventare rifiuti in tempi brevissimi. E di rifiuti stiamo… morendo! Non accresce certo il benessere dell’uomo una simile proposta, salva piuttosto gli interessi di quei pochi privilegiati, nelle cui mani stanno le sorti di popolazioni intere. Riduce l’uomo a un consumatore, a un numero che ha valore solo se spende, se fa marciare la macchina che ormai non può più essere fermata. Ma che ne sarà di un uomo a cui sono stati tolti i valori profondi, l’identità, la capacità di decidere della propria vita in modo autonomo? Gli effetti li stiamo già vedendo. Ho iniziato col leggermi tutto ciò che riguardava il personaggio di Cassandra, a partire dai testi più antichi, da Eschilo a Licofrone dell’Alessandra, testo pressoché sconosciuto la cui protagonista è appunto Cassandra (se pur con altro nome) fino a quelli più vicini a noi, e ho operato un collage di fonti, selezionando anche autori come Christa Wolf e la Szymborska. Lo spettacolo non ha un racconto lineare, è costituito di forti balzi avanti e indietro che raccontano la disperazione della coscienza del disastro causato dall’uomo nel mondo. Ho immaginato Cassandra in mezzo alla macerie della città di Micene e di lì, dalla fine, comincia il suo racconto della distruzione di una civiltà. Ho messo l’accento, come dicevo, sulla previsione dell’estinzione di valori e di identità culturale che Fini e Baudrillard avevano espresso diversi anni fa. Prima di fare Cassandra presentivo che stava accadendo qualcosa di difficile da giudicare, ciò che lo stesso personaggio afferma nello spettacolo: “Noi non esistiamo più, ci stiamo dando in pasto a un mercato che ci priva totalmente del nostro essere uomini”. Cassandra è nata appunto dal bisogno di scrivere e denunciare la barbarie in corso: l’estinzione dell’uomo come essere autonomo, capace di decidere e dotato di cultura.

La tragedia sofoclea di Antigone presenta l’opposizione tra leggi scritte dello Stato e leggi non scritte dell’amore; l’eroina si schiera senza dubbi e remore con le seconde, lottando pervicacemente per raggiungere i suoi obiettivi, nonostante sia consapevole di andare incontro alla punizione dello Stato. Cosa ti ha trasmesso questo personaggio e quali ricordi sono legati a esso?

Antigone è un personaggio gigantesco, per la sua strenua difesa del diritto umano di seppellire il corpo di un fratello ucciso e quindi per la sua coriacea resistenza abbarbicata ai valori sacri dell’amore. Offre per la sua estrema attualità la possibilità di innescare un dibattito senza soluzioni tra la forza dell’amore e quella della città, in senso civile e sociale; sia Creonte sia Antigone possono avere ragione con fondamenti veri ed essenziali. Ho interpretato nel 1991 Antigone nel meeting riminese di Comunione e Liberazione, in una messa in scena di Franco Branciaroli con Paolo Bessegato nelle vesti del corifeo. Quello spettacolo fu molto originale prima di tutto per lo spazio abbandonato nelle vicinanze del cimitero di Rimini, in cui si svolse, poi per la presenza di due teste gigantesche su cui io e Branciaroli, che interpretava Creonte, recitavamo. Gli spettatori, numerosissimi per quell’unica esibizione, leggevano alcuni versi del coro della tragedia con un effetto di novità e di sperimentazione che in quegli anni si praticava. Mi divertii moltissimo.

Dopo aver a lungo e con intelligenza attraversato il mondo classico, il mito ha ancora la capacità di dialogare con i contemporanei e in che cosa consiste la sua vitalità?

Certo che il mito ha ancora la capacità di parlarci, anzi dirò di più, proprio in un periodo storico come questo, incerto e caotico, altri testi mi sembrano di una inconsistenza e banalità brutali. Le parole del mito entrano a livello subliminale, hanno la capacità di penetrare nel profondo e di generare idee, sentimenti, emozioni. Quando riesco a far arrivare il testo nella sua purezza al pubblico, ho creato e generato riflessioni proprio come se fosse avvenuta una sorta di inseminazione. Mi chiedi in che cosa consista la vitalità del mito: di primo impatto direi nei temi che affronta e che riguardano la vicenda dell’essere umano sulla terra, nelle sue relazioni essenziali con i genitori (Edipo, Elettra ripresi da Freud), con l’altro sesso (Medea, Fedra e Ippolito), con i problemi legati alla Giustizia, alla spiritualità, all’etica (Orestea stessa, Antigone) con i perdenti, i vinti, i profughi (Persiani, Supplici).

Un personaggio dei due tragici che non hai mai affrontato e che vorresti impersonare?

I personaggi più interessanti li ho interpretati, alcuni li riporterei di nuovo in scena perché non smettono di crescerti dentro… penso a Medea, ad esempio. E allora mi cimento con spettacoli in cui ripropongo i protagonisti del mito in chiave contemporanea, come appunto ho fatto con Cassandra, ma anche con Fedra, Elettra, Elena e con la stessa Medea che ho rimesso in scena sempre con l’aiuto per me irrinunciabile di Daniele D’Angelo come musicista e la regia di Andrea Chiodi. Un forte desiderio che ho è iniziare a percorrere la strada della direzione iniziando con l’allestimento de I Persiani. È una tragedia in cui si indaga sul mondo degli sconfitti, dei perdenti, degli emarginati visti con gli occhi di chi ha in mano la vittoria.

E quello che hai amato maggiormente?

Clitemnestra, un amore misto a soggezione, ma diventato forte e solido. Ma su tutte vince sempre Medea!

Come sempre accade conversando con Elisabetta Pozzi, ti accorgi quanta densa cultura, resa in forma lieve, quanta lucida consapevolezza delle cose del mondo vi siano in lei, quante innumerevoli e scaltrite esperienze professionali si siano condensate in strati di umiltà e di umanità. Come le grandi anime e i veri talenti sono in grado di fare.

the author

Grazia è nata e lavora a Gioia del Colle, in provincia di Bari, presso il liceo classico “Publio Virgilio Marone”. Curiosa dell’umanità, ama le sfide e mettersi in gioco continuamente. Sensibile, testarda, diretta e determinata, è sempre alla ricerca di valicare i propri limiti. Il motto che cerca di rendere pratica di vita è l’ideale del commediografo latino Terenzio: “Homo sum: humani nihil a me alienum puto” (Sono un uomo: penso che nulla che riguarda l’uomo mi sia estraneo).

5 Readers Commented

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  1. Mara on 18 settembre 2015

    Immensa cultura e amore per la stessa…Vitalita’!! questo si evince da questa meravigliosa intervista.Precisa e Chiara.

    • Grazia Procino on 19 settembre 2015

      Grazie, Mara. E’ sempre un grande piacere intervistare una persona dallo spessore umano e culturale speciali e condividere le passioni per la cultura, la letteratura classica e il teatro con tutti gli spiriti educati e gentili.

  2. Donatella on 20 settembre 2015

    In questa puntuale intervista, sono stata piacevolmente e sensibilmente colpita dal sincero, tenero e quasi timido approccio che l’attrice descrive di aver sentito nell’avvicinarsi al personaggio di Clitemnestra:” ne provavo soggezione, la temevo!”
    Proprio questa emotività mette in risalto la maestosa e delicata personalità della grande attrice, che alla fine ovviamente s’innamora di Clitemnestra , nonostante la”sua ambiguità e ferocia” e la incarna e la vive tanto da sentire che” questa forza e questa spietatezza inusitate” siano mosse, oltre che dal bisogno di vendicare la morte della figlia Ifigenia o per l’infedeltà del marito, anche per “un puro bisogno di potere,o forse la necessità di vendicare un sopruso, di ristabilire le regole di quella società matriarcale ormai da tempo esautorata.”
    Condivido il pensiero conclusivo di questa intervista dove si elogia l’imponente e intima grandezza di Elisabetta Pozzi, pervasa di smisurata cultura, ” lucida consapevolezza delle cose del mondo” , ma soprattutto caratterizzata da immensa umiltà, sentimento che personalmente reputo ormai raro ma necessario nella vita di ognuno.

  3. silvia on 26 settembre 2015

    l ‘altra volta leggevo “Donne” di Camilleri . In un capitolo l ‘autore ha citato l’Antigone comparandola ad una donna dei giorni nostri. La prima immagine che mi è venuta in mente è stata l’eroina che abbraccia il cadavere di suo fratello ; dico questo perchè concordo con Elisabetta su “Le parole del mito entrano a livello subliminale, hanno la capacità di penetrare nel profondo e di generare idee, sentimenti, emozioni.” Ognuno del mito coglie quello che sente vicino a sé , e lo sente vicino perché il mito erige un ponte eterno ed indistruttibile di ‘errore,sentimento e vizio’che collega noi a loro . Grazie per l’articolo!

  4. Nicoletta on 29 settembre 2015

    Le domande e le risposte di questo articolo fanno riflettere sul legame tra mitologia e psicologia del profondo. Il mito accompagna l’uomo lungo la sua evoluzione: gli fornisce le risposte e fa fugare le sue paure.
    Le interpretazioni teatrali di una attrice di questo calibro, Elisabetta Pozzi, si caricano di aura sacrale e hanno la responsabilità di trasmettere una sapienza e una saggezza da preservare. Ho trovato d’effetto parlare di Clitemnestra come una regina “dal cuore maschio”, un cuore irrigidito sin dalla maledizione di Afrodite, costretta a sposare l’uccisore del suo primo marito, di suo figlio, e anche di Ifigenia, loro figlia; un destino da adultera e carnefice, in pieno dominio dei progetti divini. Una parte da interpretare dunque, estremamente complessa, tragica nel senso più greco possibile, accompagnata da una magistrale esecuzione. Grazie per l’articolo.

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