In una giornata soleggiata, dal tepore quasi primaverile, accendo il mio portatile e mi collego a internet per controllare la posta elettronica. I raggi del sole accarezzano la coloratissima vetrina, abbellita da lingue di Menelicche e stelle filanti. In questo dolce torpore, un’insolita notizia sul mercato dell’editoria irrompe nella mia quiete mattutina come un improvviso acquazzone estivo.

I libri arrivano in banca. Confesso che la notizia mi ha lasciata senza parole.
Un corner di libri in filiale? Non pensavo ci saremmo mai arrivati.

corner Giunti in bancaDa libraia indipendente ritengo che queste iniziative di co-marketing a carattere puramente commerciale non vadano mascherate dietro l’illusione di uno scopo nobile come quello di promuovere la diffusione della lettura. Se così fosse, si potrebbe accompagnare l’attesa dei clienti con un’offerta variegata di titoli di narrativa, messi a disposizione gratuita di chi aspetta trepidante di stipulare un mutuo o chiedere un finanziamento. Leggi mentre aspetti il tuo turno? Benissimo! Ma se un editore come Giunti propone un suo personalissimo corner con un’esposizione di libri per bambini, album da colorare o la classica varia (ricette e giardinaggio), aggiungendovi lo sconto del 15% che noi librai indipendenti non riusciamo a fare nemmeno nelle migliori promozioni, sarebbe più corretto dire che il mero obiettivo è aumentare le vendite. Il bambino che accompagna mamma in banca comincerà a frignare come un matto se non gli compri subito l’album di Peppa Pig e non si può mica fare scenate dinanzi al direttore!

Nel nostro paese si sta andando in una direzione totalmente sbagliata per quanto concerne la promozione della lettura: si pensa che il concetto del libro ovunque faccia aumentare il numero dei lettori. Non è assolutamente così, soprattutto per quanto riguarda i bambini, futuri lettori di domani. Si distribuisce il libro dappertutto come fosse una merce indistinta e non si supportano realmente coloro che ogni giorno lavorano per stimolare grandi e bambini a leggere: piccoli editori, librai indipendenti, bibliotecari, insegnanti appassionati e associazioni, che credono ancora che la lettura possa creare una società migliore.

Dal punto di vista di Giunti, l’idea di stipulare un accordo commerciale con Bper è un’ottima operazione di marketing: aumenta l’esposizione e la diffusione del prodotto libro e lo rende disponibile per l’acquisto d’impulso anche in una sede come la banca.

Dal punto di vista di un libraio rappresenta l’ennesimo tradimento da parte di un editore, che ha deciso di attuare politiche commerciali avverse alle librerie indipendenti. Uso il termine avverso perché ancora una volta ci si avvale dell’arma dello sconto, contro la quale un libraio indipendente non può opporsi. E il fattore prezzo, in un momento di crisi come questo, diventa spesso un criterio discriminante per il cliente finale.

L’oggetto libro si trova ormai ovunque: accatastato in pile di best seller negli autogrill, esposto su accattivanti display cartonati negli uffici postali, incelofanato e munito di bollino sconto sugli scaffali dei grandi supermercati.

E per questo nutro una profonda amarezza. 

Mentre il libro si accinge a comparire nelle banche, leggo notizie sulla chiusura di librerie storiche nelle grandi città e penso con orgoglio che il libro in mano a noi librai sia trattato con maggiore cura e rispetto. Forse, alla luce di questi continui cambiamenti, il futuro per noi piccole librerie sarà quello d’instaurare un rapporto sempre più stretto con i piccoli editori, per offrire ai nostri clienti libri particolari e di qualità che non trovano spazio né nella grande distribuzione né tantomeno in banca.

the author

Nata e cresciuta nella “Milano da bere”, ha sempre avuto uno spirito curioso e indagatore. Distruggere Barbie era la sua passione. Da piccola frugava nella libreria di papà, da adolescente ha iniziato a cibarsi nelle biblioteche. Nostalgica della musica anni Ottanta e dei milk shake di Burghy, ama canticchiare a bordo della sua minuscola Titti, un’adorabile utilitaria rosso Ferrari. Dopo una laurea in Scienze della Comunicazione conseguita ai piedi della Mole, si è trasferita nella più calorosa e calorica Roma, dove ha lavorato alcuni anni nel settore della pubblicità. Stregata dai profumi delle rosticcerie e dal fascino antico delle passeggiate romane ci ha vissuto per otto anni prima di scoprire gli incantevoli borghi della Tuscia e iniziare sei anni fa la sua avventura di libraia.

3 Readers Commented

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  1. Barbara Frale on 2 marzo 2014

    Personalmente, non credo che la presenza in banca di una vetrina con certi tipi di libri possa danneggiare seriamente le librerie, e meno ancora quelle piccole e indipendenti: esso sono il santuario del libro per ciò che contiene, ovvero quello che viene scelto da chi gestisce la libreria dopo averlo letto, invece che prenderlo a blocchi compatti come impone il mercato, cosa normale nel caso di Feltrinelli, Mondadori e così via. Le librerie indipendenti diventeranno altrettanti centri autonomi di cultura, di discussione intellettuale, l’unico posto dove un autore possa entrare sicuro di trovare un libro originale e valido, persino se ha l’esecrabile difetto di essere mainstream, ovvero transgender, e per questo motivo odiato dagli editori che vogliono pubblicare esclusivamente testi seriali, cioè uniformati a un’altra tipologia di libro che ha venduto. In quanto autrice, quando propongo un libro la prima domanda che mi sento fare è questa: in quale scaffale va? Interessante; quando uno scrive o progetta un libro, cerca di farlo meglio che può, studiando intensamente per dargli carattere e un’identità sua, magari persino una veste linguistica curata e non banale. Errore gravissimo; deve piuttosto immedesimarsi in Giovanni Rana, e immaginare il suo “prodotto” (gli editori lo chiamano così, io li strozzerei!) sullo scaffale dei tortellini. Rilassatevi, librai indipendenti: gli scaffaletti bancari conterranno solo roba da supermarket, cose di cui voi magari tenete una copia o due, semmai qualcuno dovesse chiederla. Il futuro non è nel libro di massa, ma in quello originale e sorprendente.

    • Stefania Cima on 2 marzo 2014

      Cara Barbara, grazie per il tuo sostegno alle librerie indipendenti. Sarebbe bello che anche il nostro paese le riconoscesse come “centri autonomi di cultura, di discussione intellettuale” e magari le aiutasse a non chiudere i battenti a causa delle troppe tasse e degli affitti troppo alti ma purtroppo così non è. La libreria indipendente è un’attività commerciale che si avvale dei Bruno Vespa e di Peppa Pig (perdona l’insolito accostamento) per mantenersi in vita e dare così spazio e visibilità anche ai piccoli editori di qualità. In un momento di crisi come questo non posso non provare disappunto nei confronti di un editore che preferisce investire e incentivare con sconti la vendita presso le filiali di un istituto bancario piuttosto che offrire le medesime condizioni alle librerie indipendenti. Inoltre ciò che mi infastidisce maggiormente è mascherare dietro la veste dell’amore per la cultura una mera operazione commerciale; chiamiamola con i giusti termini e non diamole un’immagine troppo lontana dalla realtà. Per il futuro cosa posso dire…speriamo tu abbia ragione! Sicuramente nella scelta del nostro assortimento noi librai indipendenti dovremo tener conto anche di queste operazioni da parte dei grandi editori.

      • Barbara Frale on 15 marzo 2014

        piccolo aggiornamento: ieri mi è capitato (purtroppo) di dover fare la fila alle Poste per un pagamento. Giocoforza a quel punto trovare un modo per passare il tempo; consapevole, mi sono diretta alla “vetrinetta” con i libri. Che delusione! C’erano solo un paio di testi di cucina, ricette banali belle solo per le foto, e poi un romanzo di Newton Compton che comunque parlava ancora di cucina. Se Peppa fa la stessa fine in banca, avremo un futuro popolato da prosciutti ipocalorici. Su col morale, librai!

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