Questa recensione a quattro mani è il risultato di uno scambio di opinioni tra Elena e Gina, che hanno letto lo stesso libro nel medesimo periodo. Lo abbiamo fatto così come suggerisce Jeffery Deaver… cancellando gli appuntamenti e leggendo.

dopoSembra di capire subito, o dopo poche pagine, cosa è accaduto Dopo… No, fino all’ultima pagina non possiamo immaginare davvero tutto ciò che è accaduto… Dopo! Il thriller psicologico di Koethi Zan dal titolo Dopo, edito dalla casa editrice Longanesi e uscito nelle librerie italiane il 2 gennaio, entra nei più nascosti meandri della mente umana, trascinando il lettore in un’indagine fuori dal comune. Sì, perché a condurre l’indagine in questo thriller sono le vittime, non l’FBI. Il racconto di quanto è accaduto si dipana lentamente man mano che il lettore conosce prima una, poi le altre protagoniste di un’avventura ai limiti della realtà e della sopportazione.

Dopo circa dieci anni dalla sua liberazione dalle stanze di uno psicopatico studioso di comportamenti umani, Sarah, ora Caroline, riceve l’invito a preparare l’ennesima testimonianza contro il suo carnefice, che si rischia di veder fuori dalle sbarre, dopo una prigionia vissuta con pacata sopportazione e dopo una conversione religiosa che sicuramente i giudici federali apprezzeranno. Sarah/Caroline è angosciata sia all’idea che lui sia di nuovo libero, sia a quella di tornare a testimoniare su una vicenda che l’ha vista vittima e protagonista non solo della propria liberazione, ma anche di quella di altre due malcapitate. Solo una non è ritornata alla vita, la sua carissima amica Jennifer, colei per la quale Sarah decide di affrontare questa ennesima prova. Forse il suo è un senso di colpa, forse è pietà cristiana il desiderio di ritrovare il suo corpo e onorarlo nel giusto modo. In fondo è solo per questo motivo e con questo scopo in mente che sta ricevendo e leggendo da anni le lettere che il suo carnefice le invia dal carcere: sa che lui sta fornendo a lei ma – lo sa bene – anche alle altre due vittime, indizi per ritrovare il corpo di Jennifer. Dopo dieci anni di reclusione spontanea in casa propria, con un lavoro online e un portiere che le porta pranzo e cena ordinati telefonicamente, dopo dieci anni di contatti sociali zero, tranne che con l’investigatore FBI Jim McCordy, Sarah decide che è arrivato il momento di capire e carpire gli indizi, anche perché ritrovare il corpo di Jennifer significherebbe per lui carcere a vita, per ottenere il quale non sono bastati cinque anni di torture in uno scantinato.

Sarah inizia a contattare le altre due vittime, per analizzare insieme la lettere inviate dal carcere e, attraverso piccoli indizi che solo loro tre possono comprendere, comincia una ricerca investigativa a posteriori ricca di colpi di scena e di vera suspense, fino alla verità finale.

Come accade con un thriller psicologico che si rispetti, non sono i particolari orrifici o sanguinari, non la ricerca del killer a far salire il livello della suspense e dell’adrenalina nel lettore, ma la lenta e snervante composizione di una relazione psicotica, lo svolgersi graduale della storia che viene raccontata per ritorni di memoria, eppure si avverte che la memoria fallisce a volte, dinanzi a immagini di tanta sofferenza. Il piacere di questa lettura è nel crescendo dei dettagli, nel veder sapientemente rappresentata la relazione vittima/carnefice. Bravura dell’autrice è far sentire al lettore il pericolo anche fuori dalla scena del crimine, perché il pericolo è nella mente; perché nelle debolezze delle persone si può annidare un carnefice che è come partorito dalla mente della vittima, perché tutti sappiamo che, se la vittima non fosse esattamente quello che è, non ci sarebbe nessun carnefice.

Sebbene l’autrice in alcune occasioni sembri far fatica a gestire la storia, gli intrecci fra presente e passato, le diverse pedine all’interno della storia, non fa mai abbassare la guardia al lettore o calare l’interesse. Chi legge si trova continuamente coinvolto in un microcosmo di situazioni, in cui le parti in causa devono venire a patti con se stesse, con la comunicazione interrotta al tempo della liberazione e con il peso del loro dolore.

Il libro colpisce profondamente per la capacità della Koethi Zan di creare una delle più interessanti e potenti relazioni fra vittima e carnefice. Donne che hanno tentato per dieci anni di rifarsi una vita, di sopravvivere alle esperienze agghiaccianti vissute, eppure, grattando la superficie, ognuna di loro è ancora in quello scantinato legata con una catena, in attesa del carnefice e avvolta dalle proprie paure. Quei dieci anni diventano un periodo di sospensione, l’apparente normalità è la maschera di chi cerca di ricucire ferite ancora in suppurazione. La ricerca del corpo di Jennifer e incarcerare per sempre il carnefice diventano il coltello necessario per riaprire quelle ferite e farle finalmente rimarginare.

Sarah/Caroline dimostrerà a se stessa di essere diventata più forte, in grado di affrontare le catene a cui si è aggrappata per sopravvivere e trasformare le sue paure nella forza necessaria per ricominciare a vivere. Dopo si dimostra essere un ottimo libro di esordio per Koethi Zan e ci auguriamo di sentire ancora parlare di questa autrice e perché no, di Sarah e delle sue compagne.

Titolo: Dopo
Autore: Koethi Zan
Titolo originale: The Never List
Traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani
Casa editrice: Longanesi
Collana: La gaja scienza
Pagine: 368
Prezzo: € 14,90
Data di pubblicazione: 2 gennaio 2014

7 Readers Commented

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  1. SilviaLeggiamo on 27 gennaio 2014

    Bello fino a un certo punto, poi fa acqua da tutte le parti. Peccato 🙁

    • Elena Bigoni on 29 gennaio 2014

      Ciao Silvia, effettivamente come è stato detto nella recensione spesso sembra che l’autrice non riesca a tenere i fili della narrazione e dell’intreccio. Se fosse stato un libro che puntava solo sull’indagine o un’autore ormai abituato al genere probabilmente avrei sottolineato con maggior forza questi punti deboli ma, nel caso di Dopo, sono rimasta talmente affascinata dalla parte psicologica dei protagonisti, dalle relazione tra vittima e carnefice che i problemi d’intreccio sono passati in secondo piano. Questo è il primo libro dell’autrice e spero (ma mi aspetto anche) che con il tempo riuscirà a superare anche questi difetti.

  2. Mi sono fatta colpire in piena faccia dalla sinossi e della presentazione di questo libro leggendo l’ultimo numero de Il Libraio che mi è arrivato a casa…
    Ammetto che sono sempre stata attratta da temi simili, il sequestro di persona e l’analisi psicologica che ne consegue sono argomenti che mi affascinano da sempre, la sindrome di Stoccolma, l’amore deviato e malato, ovviamente ostentato con finzione, tra carnefice e vittime, incute su di me una strana attrazione per cui ogni volta che mi imbatto in storie simili voglio sapere come verrà snocciolata la questione.
    Mi piace tanto che si calchi la mano su quanto renda deboli, indifesi e marchiati per sempre nel cervello, anche da liberi, un esperienza come il sequestro. Mi piace meno il risvolto della setta e tutto il fatto che si avvicinino le perversioni di Jack alla setta di Noah ma non si crei una tela credibile tra le due cose. E’ un punto debole, quello, senti che manca qualcosa… ma ti accontenti visto che ci sono colpi di scena e tanti momenti di suspance.
    Non mi fido, normalmente, di questi “romanzi dalla copertina rigida” che escono ultimamente, sotto l’editore Newton, ma vedo che anche altri danno spazio a romanzetti leggeri e pieni di lacune.
    Non vorrei stroncare completamente il libro, mi è piaciuto, ma lo ritengo una lettura da ombrellone, niente di impegnato.
    Impossibile che una persona sull’orlo dell’agorafobico e che rifiuta il contatto con le altre persone, superi tali limiti semplicemente affrontando le sue paure e chiudendo il tutto con un abbraccio che sancisce la fine delle sue turbe.
    Molto tarallucci e vino. Boh.
    Sarà che sto leggendo mille cose in contemporanea, tra le quali i romanzi di King a rotta di collo, uno sull’altro, e non posso che notare quanto si senta il peso di un libro di spessore quando si mette accanto ad uno senza pretese 🙂

  3. Ohhh. Ho appena guardato con attenzione la copertina originale.
    Maaaigod. Il titolo originale è spettacolo, in confronto al nostro.
    The Never List.
    La lista dei Mai.
    Molto più incisivo, perché pone l’accento su un’inaffidabile copertina di Linus sotto cui le due protagoniste si nascondono per credere di non rischiare mai nulla nella vita, pur conducendo un’esistenza apparentemente normale.
    E’ bello l’inizio, a proposito di questo, perché sono belle le sensazioni che si raccontano. Sono belle le emozioni che risci a captare e vivere con Sarah. E’ tutto un inizio credibile, a dirla tutta. E’ l’azione che si svolge dopo, che diventa molto ‘inseguimento alla Robert Langdon’, che perplime un po’, alla fine della fiera…

  4. gina sfera on 5 marzo 2014

    Sono in tutto d’accordo con Chiacchierona! La storia della setta non è ben allimeata al resto, per cui ci sono dei punti un po’…”appaccottati”, diciamo. Quello che mi piace in questo tipo di thriller psicologico è sicuramente l’analisi psicologica, e all’interno di questa, come ho avuto modo di notare per altri libri del genere, al rapporto vittima vs carnefice, soprattutto quando rifletto su quanto i rapporti di noi gente comune, non protagonisti di nessun romanzo,si basino, in maniera proporzionalmente invasiva, su questo tipo di relazione. Il titolo..sì, The Never List è molto interessante per i motivi che dicevi, però sai, anche Dopo mi sembra d’impatto. Lo trovo da solo foriero di suspense.

  5. Ragiono tanto spesso sulla Sindrome di Stoccolma perché è caratteristico quanto siamo portati a pensare che si viva e si manifesti solo in occasioni come il sequestro di persona, e non anche nella vita di tutto i giorni, quando siamo messi nelle medesime condizioni di una persona con libertà limitata e regole ferree contestabili e al limite del ‘giusto’.
    Il mondo del lavoro, ad esempio: ci sono contesti lavorativi veramente invivibili, distopici – volendo usare un termine molto noto tra noi lettori – che ci portano a pensare che l’unico modo per sopravvivere sia di mordersi la lingua e aspettare tempi migliori, momenti in cui la mancanza del riconoscimento dei diritti che ci spettano è colmata da un lieve contentino che somiglia tanto alle scene in cui Sarah racconta di provare gratitudine per una scodella di cibo mezzo vuota concessale dopo giorni di digiuno.
    Punti di vista, eh? In condizioni normali, il poco è poco. Ma se si ha fame è buono tutto, si ringrazia anche quell’egoista ingordo che mangia ad un passo da noi e permette che ci raggiungano solo le sue dannate briciole.
    E’ singolare e affascinante, terribile e paurosamente reale quanto tutto questo coesista con noi nel mondo.
    E’ una bella storia, sinché viviamo insieme alle quattro ragazze il loro dramma.
    Poi arriva Christine che apre il furgone con le prigioniere e penso “Oibò avrà fatto tre mosse di karate ai brutti manigoldi che le avevano in pugno, sì, ci sta tutto -.-“.
    Peccato 😀 ma, in fondo, un libro non è solo il suo finale… il suo svolgimento dovrà pur valere qualcosa 😀

  6. Gina Sfera on 7 marzo 2014

    E del rapporto vittima/carnefice nelle relazione affettive…ne vogliamo parlare? Io credo ci sia nelle persone un’ attitudine caratteriale poco modificabile a essere vittima o carnefice, nella vita professionale o in quella affettiva, e in genere la vittima è la persona che preferisce non prendere decisioni, non quelle ufficiali almeno…

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