Non capita spesso di vedere libri italiani ambientati nell’estremo Oriente, e per me, appassionata da anni di cultura orientale, Come inciampare nel principe azzurro di Anna Premoli sembrava il libro perfetto: la storia di una ragazza inglese che va a lavorare a Seul e si innamora di un giovane coreano.

Ma quella che voleva essere una lettura frizzante e leggera è diventata un incubo becero, scritto male e soprattutto razzista, la cui lettura ad alta voce ha divertito sorelle, amiche, fidanzati e colleghi, ma la cui terribile ignoranza mi ha profondamente depressa. Addirittura una recensione su internet dice che il libro dà una bella idea di Seul, della cultura coreana, ma niente potrebbe essere più lontano dalla realtà.

principe-azzurroPrima di tutto, il libro è scritto banalmente. Il romance è un genere di convenzioni ben precise, e siamo d’accordo, ma qui più che di prevedibilità si pecca di incapacità. Il romance non sboccia fino a tre quarti del libro, e lì comincia a bruciare le tappe, e in cinquanta pagine si passa dal primo bacio, al sesso, alla relazione. Anche qui la caratterizzazione è mal riuscita: la Premoli spende duecento pagine dicendoci perché i suoi eroi non possono stare insieme, ma basta un discorsetto ben assestato da un personaggio minore e subito sanno di potersi, anzi di doversi amare per sempre. Anche il passaggio da antipatia ad attrazione (un vecchio ma efficace trucco di genere) è fatto: la protagonista odia l’eroe fino a che la nonna di lui (!) non glielo raccomanda come baciatore provetto.

La scrittura è terribile. La Premoli usa parole a caso e sembra non conoscere il significato del verbo sottindere (gentile Premoli, sottindere vuol dire “non dire ma alludere”, se lei me lo usa come verbo dopo un dialogo è una contraddizione), e le sue scene di bacio e sesso sono comiche nella loro ingenua, banale infantilità. I baci sono “metodici e lussuriosi”, gli amanti “generosi, molto intensi”, e infine l’orgasmo è un “magnifico viaggio”. È un orgasmo, Premoli. Non si va da nessuna parte. Non è partita, è venuta, è nel verbo stesso.

Ma fin qui ancora il libro sarebbe un romanzetto di quarta categoria, un nulla, uno spreco di carta che ha abitato gli ombrelloni per un’estate e poi verrà misericordiosamente dimenticato. Ma c’è di peggio. Perchè se il libro fosse solo scritto male sarebbe innocuo, una delle tante prove di atroce scrittura che l’editoria moderna ci regala. Indegno anche della nostra indignazione. Ma il libro non è solo ignorante, è anche razzista.

All’inizio avevo sperato che la mancanza di riguardo, comprensione o simpatia della Premoli per la cultura coreana fosse solo un altro sintomo della sua provincialità. Difatti sebbene la protagonista del libro sia inglese, la cultura inglese è massacrata e ignorata durante tutto il libro. “Maddison” non esiste come nome anglosassone: è la storpiatura di Madison, che è esso stesso un nome americano, non inglese (c’è differenza, Premoli, non è che perchè parlano tutti inglese sono tutti gli stessi). Le caratteristiche della cultura inglese (una cortesia anche a volte esagerata, un certo riserbo, un’elegante freddezza) non sono pervenute. Maddison in teoria è inglese ma in realtà italiana e anche molto cafona. “Lei è cinese?” apostrofa brutalmente il protagonista coreano, in una manifestazione di maleducazione che anche il più razzista degli inglesi allevato con un minimo di decenza eviterebbe. La Premoli, noncurante di quelle che sono la cucina inglese, la cultura alimentare britannica, i gusti di una protagonista quale ha scelto, la manda a mangiare al ristorante italiano, non solo in Inghilterra ma anche a Seul, giusto per evitare di dover fare ricerca di qualsiasi piatto inglese. Le mette in bocca una tirata contro il caffè francese a favore di quello italiano, giusto per non agitare il pubblico che potrebbe imparare una cultura diversa. Cerca di renderla divertente e arguta ma fraintende completamente quelli che sono il British sense of humour, il sarcasmo e l’ironia. Non ci sono scuse, Premoli: Londra non è Seul. Siamo cresciute tutte a pane e BBC costume dramas. Faccia ricerca o faccia venire la sua protagonista da Milano Due.

Ma ancora qui si parlerebbe di cose in fondo innocue – il provincialismo di un’autrice che non ha interesse nei personaggi che scrive al di là di ritagli di cartone. Ma i problemi sono più pesanti. È ben noto che in Italia abbiamo purtroppo un evidente problema con il razzismo, anche nei confronti della nutrita comunità orientale nel nostro paese. Sebbene a questo scopo sarebbe stato più ad hoc parlare della Cina, già un romance che avesse dimostrato ai lettori italiani che l’estremo Oriente è fatto di culture differenti, che no, gli orientali non sono tutti uguali, che i nostri stereotipi sono quello che sono, frutto di un’incomprensione culturale, già sarebbe stato un passo avanti. Ma qui i passi sono stati diversi e tutti risolutamente all’indietro.

Il protagonista, Mark Kim, è coreano, ma non troppo (Dio proibisca che il protagonista sia coreano, punto). No, lui è coreano-americano, con una nonna bianca. E fin qui va bene: peccato che la nonna bianca sia l’unica della famiglia con cui la nostra protagonista si relazioni con simpatia. Peccato che Mark sia l’unico membro della sua famiglia con un nome inglese e non coreano. Peccato che l’aspetto di Mark sia più o meno orientale, a seconda di come torna meglio all’autrice. A parte gli occhi a mandorla, ci dice, lui sembra occidentale. E perchè? Perchè per l’autrice, che vede i coreani come una collezione di stereotipi, tutti i coreani hanno gli occhi piccoli, il naso minuscolo, sono bassi e magrolini. I suoi occhi “grandi ed espressivi” sono dovuti alla nonna. Il suo naso così deciso e sexy non è orientale. Tranne questi benedetti occhi a mandorla (l’originalissima descrizione adottata dalla Premoli e ricordataci ogni volta che lo guarda), ci preme di ricordarci, Mark sembra occidentale ed è dunque degno della sua attrazione, non per altro.

Uomini coreani: come sono e come li vede Anna Premoli

Dalla prima volta in cui lo vede l’essere asiatico di Mark è un’eccezione che Maddison deve superare. I suoi occhi sono “chiaramente a mandorla ma espressivi”; Dio solo sa che per Premoli l’espressività è un dominio esclusivo dell’Occidente. E del resto: gli altri colleghi coreani non sono di meglio. Le donne sono servili (ma non ci sono problemi, Maddison insegna loro l’indipendenza occidentale!), gli uomini non pervenuti. La cultura coreana è un impiccio, come ci ricorda la protagonista a ogni pagina. Ospite in una locanda tradizionale, come un’esploratrice vittoriana ci dice con condiscendenza: “A quanto pare si dorme davvero per terra. Incredibile, e pensare che siamo nel ventunesimo secolo…”, e quando va a cena: “Lontano dall’efficientissima capitale non sanno forse che nel frattempo sono state inventate le sedie?”. Ma certo, signorina. I coreani siedono per terra perché sono troppo primitivi per aver scoperto la sedia. Come no.

È chiaro che la prima linea di difesa qui potrebbe essere: l’autrice scherza, esagera per effetto comico. Ma c’è razzismo nel costruire il proprio humour sulla pelle degli altri e razzismo nell’esporre simili idee senza offrire una critica o un contrasto all’interno del punto di vista narrativo. Maddison non è educabile – non passa da una condizione di insofferenza e disprezzo a una se non di accettazione almeno di comprensione per la cultura che la ospita e in cui tutti si fanno in quattro per accoglierla, metterla a suo agio (l’eroina di carta velina è amatissima nonostante il suo disprezzo per tutti coloro che la circondano). “Non mi complicare la vita”, lei zittisce l’eroe quando lui tenta di insegnarle il pronunciabilissimo nome di un dolce locale. La sua non è l’attitudine persa, confusa ma in fondo benigna di coloro che si trasferiscono in un paese interamente estraneo per la prima volta. La sua è quella di un colonizzatore all’estero che giudica, non apprezza e si degna soltanto di andare a letto con le bellezze locali.

Per quante volte la Premoli ci spieghi, con dovizia di dettagli, come funziona la mappa della metropolitana di Seul; per quante volte ci delizi con la sua descrizione del ponte di Banpo; per quante volte ci dica quant’è bello Mark, il suo libro rimane la descrizione sprezzante e antipatica di un paese la cui cultura l’autrice non ama e di un popolo ogni cui caratteristica disprezza. Ne facevamo volentieri a meno, e possiamo solo augurarci che per il futuro Anna Premoli si tenga a quello che conosce: una piccineria sgradevole che non la fa guardare al di là del suo orizzonte limitato.

the author

Eleonora studia lingue all’Università di Urbino e lavora part-time in campo letterario. Ama il cinema giapponese, i siberian husky e i fumetti di Corto Maltese.

2 Readers Commented

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  1. Anna on 16 agosto 2016

    Recensione magnifica! Leggerei solo il libro per farmi due risate ma non credo valga nemmeno la pena spenderci due lire per un “libro” simile. Forse il libro rispecchia magnificamente la culturella provinciale italiana che identifica l’Oriente come “Cina” e che giudica senza prima conoscere e cade in definizioni ottuse e misere.

  2. topai79 on 31 agosto 2016

    Oh! E’ la prima recensione sensata che trovo in rete!!! L’ho letto, e ho girato un pò per vedere se qualcuno ne avesse ricavato le stesse impressioni negative, ma erano tutte super entusiaste e ho pensato di essere la solita snob.
    Mi fà piacere leggere che hai avuto le mie stesse impressioni. Io trovo davvero irritante il personaggio principale. Questo essere orgogliosa della propria mediocrità mi ha fatto prudere le mani per tutto il tempo!La sua superficialità , ma al tempo stesso il suo sentirsi sempre e comunque superiore me l’hanno proprio fatta detestare!
    Grazie per non farmi sentire un’aliena!!!!

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