Come fossi solo, per non dimenticare

Tre voci, tre uomini, tre punti di vista di una sola carneficina, quella avvenuta a Srebrenica in Bosnia dal 12 al 16 luglio del 1995, il peggior delitto avvenuto in Europa dalla fine dei campi di sterminio nazisti. E un giovane autore, Marco Magini che ricostruisce in Come fossi solo, in un romanzo di esordio magnifico che sorprende per la sua cogenza, le storie di tre uomini che, ognuno in uno specifico ruolo, furono coinvolti nel massacro: il casco blu olandese Dirk, il giudice spagnolo della corte penale internazionale dell’Aja Romeo Gonzáles, il soldato mezzo sangue volontario nell’esercito serbo Dražen Erdemović.

Quella che noi siamo abituati a chiamare Storia non è altro che l’insieme delle azioni di grandi uomini, siano essi esempio di grandezza assoluta o sintesi di malvagità estrema. Ma il motore della Storia è un altro. Il motore della Storia sono i milioni di uomini che lottano con le loro inadeguatezze, con le loro paure e le loro ambiguità. Persone che non prendono decisioni nette, ma che fanno del loro meglio. Magari sbagliano, magari reagiscono troppo tardi, ma comunque cercano di resistere ai loro istinti e, anche se non sempre l’hanno vinta, scelgono di andare controcorrente per continuare a sentirsi umani.

Una tragedia vera e propria, degna del miglior Eschilo, è quella messa in scena, a partire dal prologo fino allo straziante epilogo, da Magini, che rappresenta toccando vertici di epica maturità lo scenario raccapricciante del massacro perpetrato dall’esercito serbo contro inermi civili bosniaci musulmani a Srebrenica.

Ci stanno portando tutti gli uomini, vogliono cancellarne la stirpe, vogliono ucciderne il futuro, siamo gli Erode di una nazione, non ci sarà mai più una Srebrenica musulmana.

Una vera e propria pulizia etnica che provoca orrore e terrore nell’olandese casco blu dell’ONU Dirk, che da questa esperienza uscirà completamente stravolto nella psiche.

Non stanno cercando criminali di guerra, stanno uccidendo ogni abitante di sesso maschile, uomini, vecchi, bambini. Stanno cancellando quella che è stata la Jugoslavia: da ora in poi questo sarà territorio serbo e solo serbo, non un vagito di un bambino musulmano sarà udito tra queste montagne.

come fossi soloIl romanzo narra le storie di uomini che dovrebbero determinare il corso degli eventi, essere i vincitori del conflitto o chiamati a giudicare i responsabili dell’eccidio, invece si ritrovano a essere anch’essi le vittime sacrificali, gli esecutori inani di decisioni da loro solo subite perché, come afferma in una lettera sublime e accorata il giudice Romeo Gonzáles, a Srebrenica l’unico modo per restare innocenti era morire.

Il soldato serbo-croato DraženErdemović è il solo membro del Decimo battaglione a confessare di aver ucciso molti uomini a Srebrenica e per questo subisce il processo conclusosi con la sua condanna. In una guerra in cui l’esaltazione nazionalistica serba genera odio intollerabile, stupri di donne, un vero e proprio genocidio, Dražen, però, rimane l’unico a conservare i sentimenti di uomo, dotato di normale equilibrio,di una visione oggettiva delle cose, che non può non provare disgusto e schifo per le esecuzioni sommarie e bestiali.

Vomito piegato su me stesso, per espellere l’orrore che ho dentro, il male che ho causato. Vomito senza fermarmi, un conato dopo l’altro, finché non arrivo a vomitare i miei stessi succhi gastrici. In ginocchio, comincio a piangere in maniera incontrollata, come fossi solo al mondo.

È solo Dražen a essere ritenuto responsabile e il giudice spagnolo si chiede se possa esistere la giustizia degli uomini, affermando l’insufficienza per una corte giudicante di riportare l’ordine iniziale che il crimine ha perturbato, per cui non rimane che una speranzosa prospettiva:

si arriverà forse un giorno a arrestare i veri carnefici, i pianificatori della strage e i loro zelanti esecutori. Dražen Erdemović non appartiene a nessuna di queste due categorie.

A Magini bisogna riconoscere un ammirevole coraggio nell’aver voluto affrontare con scrupolosa indagine un fatto scomodo, un evento sconcertante che la storiografia non ha ancora seriamente dibattuto e la società civile non ha voluto vedere. Soltanto nel 2010 il Parlamento serbo ha presentato le sue scuse pubbliche alla comunità internazionale per i fatti di Srebrenica e nel 2013 la Corte suprema olandese ha giudicato l’Olanda responsabile solo della morte di tre uomini musulmani bosniaci uccisi a Srebrenica.

Una scrittura che penetra nell’anima dei personaggi catturandone le fragilità e le debolezze, che rappresenta gli orrori di una guerra fratricida generando contemporaneamente riflessioni e ribrezzo, che lascia un segno nella coscienza.

Una lettura sconvolgente e potente, di grande impegno civile, che tocca lo stomaco, il cuore e la mente per disegnare un pezzo di storia che si è preferito non sapere. Quello che noi possiamo fare è almeno non affidare all’oblio Srebrenica e restituire alle persone uccise la memoria della dignità umana. E davvero Magini porge un atto di amore e di risarcimento da parte di una spesso indifferente società verso i civili vittime dell’odio bestiale accaduto a Srebrenica.

INTERVISTA

Con il primo romanzo Come fossi solo,  segnalato da una giuria tecnica di eccellenza al Premio Calvino del 2013, Marco Magini, giovane autore, si impone sulla scena letteraria italiana e, incuriosita dalla storia e dal modo di raccontarla, decido di intervistarlo e di soddisfare quel moto che Salinger descrive ne Il giovane Holden così:

quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. Non succede spesso, però!

Mi ha molto sorpreso che un autore nel suo romanzo di esordio si occupi di un argomento così forte,di un massacro che è costato la vita a tantissime persone. Da dove è nato il tuo impegno verso questa storia?

marco maginiHo scoperto questa storia per caso, nel periodo durante il quale stavo completando la tesi, attraverso il racconto di un’amica. Mi ha colpito la storia di questo ragazzo, trovatosi a combattere contro eventi tragici, che riesce a mantenere intatto il suo metro di giudizio ma è comunque sopraffatto da una scelta più grande di lui: uccidere o essere ucciso.

Tutti i personaggi a un certo punto vedono la situazione da un altro punto di vista e con altri occhi avvicinandosi alla rivelazione di una visione più vicina alla verità storica. È giusta questa considerazione e perché hai voluto imprimere una svolta, per così dire, nella loro vita psichica e personale?

Sono d’accordo con questa interpretazione. Tutti i personaggi fanno un percorso che li accomuna nel confrontarsi con eventi unici che mettono in discussione le loro sicurezze. Scoprono “loro stessi” grazie alla condivisione di un comune sentimento di solitudine e di inadeguatezza che si fa sempre più forte mano a mano che si avvicinano alla realtà della storia.

Non c’è nessuna donna di cui si tracci un qualche approfondimento nel romanzo, perché hai scelto di narrare i fatti di Srebrenica da un esclusivo sguardo maschile?

È stata una scelta del tutto casuale. A dire la verità, nella primissima stesura del romanzo, avevo inserito anche la storia di Ana Mladic sotto forma di un suo diario. Questo doveva rappresentare metaforicamente le sofferenze di un’intera generazione che, passo dopo passo, scopre le bugie dei loro padri. Su consiglio di mio fratello la storia di Ana è stata invece sostituita dal racconto di Dirk, il casco blu olandese: ho ritenuto infatti importante aggiungere il “nostro punto di vista”, quello della comunità internazionale, che ha preferito chiudere gli occhi su quello che stava accadendo. Io non lo sapevo ma nello stesso momento, in Spagna, Clara Usón stava raccontando la storia di Ana Mladic in quello che poi sarebbe diventato il romanzo La figlia.

Il romanzo si presta a una trasposizione cinematografica, hai avuto qualche proposta e saresti d’accordo?

Molti lettori sottolineano questo aspetto del romanzo. Non ho ricevuto nessuna proposta in merito ma se arrivasse sarei felice di discuterla.

Come sei riuscito a controllare una scrittura nel complesso composta rispetto a una materia così urtante?

Il mio obbiettivo era quello di rispettare una storia così tragica rendendomi come narratore il più possibile invisibile. In più desideravo non aggiungere alcun giudizio personale alla vicenda, lasciando al lettore il giudizio finale. Ho così cercato di “far parlare” soprattutto la storia.

Sei un giovane autore che ha scritto un buon romanzo e di successo, cosa ti auguri e quali sono i tuoi obiettivi?

Vivo questa avventura alla giornata: se mi avessero detto un anno fa che il mio romanzo sarebbe stato pubblicato da Giunti e che avrebbe avuto questo seguito di pubblico non ci avrei mai creduto. Per questo devo ringraziare il Premio Calvino e prendo l’occasione per dare un consiglio: se avete un romanzo nel cassetto, fidatevi del Premio Calvino, è la migliore “palestra” possibile per autori esordienti.

Hai degli scrittori di riferimento ai quali ti ispiri o che senti, comunque, più vicini al tuo mondo di sensibilità e di interessi?

Io sono e rimango soprattutto un lettore appassionato: amo Pavese, Calvino, Fante, Franzen, Marquez e la lista potrebbe continuare molto a lungo. Per Come fossi solo ho ripreso in mano i romanzi di Coetzee per ispirarmi al suo uso della violenza così preciso e distaccato da farla divenire necessaria.

Sono sicura che di Marco Magini sentiremo parlare per molto tempo, se già al primo suo impegno letterario ha mostrato un coraggio straordinario e una cura meticolosa nella ricostruzione di una storia che è profondamente ingiusto non conoscere.

Un grazie sincero per la sua disponibilità e gentilezza.

the author

Grazia è nata e lavora a Gioia del Colle, in provincia di Bari, presso il liceo classico “Publio Virgilio Marone”. Curiosa dell’umanità, ama le sfide e mettersi in gioco continuamente. Sensibile, testarda, diretta e determinata, è sempre alla ricerca di valicare i propri limiti. Il motto che cerca di rendere pratica di vita è l’ideale del commediografo latino Terenzio: “Homo sum: humani nihil a me alienum puto” (Sono un uomo: penso che nulla che riguarda l’uomo mi sia estraneo).

2 Readers Commented

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  1. Alessandra on 29 marzo 2014

    Credo che sia necessario per tutti leggere un libro che tratti di tali crudezze e soprattutto di tragedie taciute.

    • Grazia Procino Author on 30 marzo 2014

      E’ davvero un dovere civile conoscere, sapere le verità che la Storia non rivela per le forti responsabilità della comunità internazionale. Un libro necessario!

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