L’esempio di Andrea Chirichelli ci permette di riflettere sulle reali possibilità offerte dall’auto-pubblicazione digitale.

Quando si parla di auto-pubblicazione si finisce inevitabilmente in un territorio vastissimo, reso pericoloso e impervio dai numerosi preconcetti individuali. Se troviamo un libro accompagnato dall’enigmatica scritta “pubblicato dall’autore”, nella nostra mente spuntano, più o meno inconsciamente, dubbi sulla sua effettiva qualità e sul motivo che ha spinto l’autore a intraprendere questa via. L’auto-pubblicazione è stata una scelta volontaria o solo un ripiego dovuto al rifiuto delle case editrici? E se quest’ultime non hanno mostrato interesse verso l’opera è stata colpa del loro assoggettamento alle regole del mercato o conseguenza della scarsa qualità dell’opera stessa? Dubbi leciti che vengono tuttavia dimenticati quando si trovano auto-pubblicazioni curate come L’Atlante delle meraviglie luoghi che forse non avete mai visto, di Andrea Chirichelli.

Il libro, disponibile in formato epub (su Amazon a 99 cent), è una guida turistica molto atipica, costituita da quei luoghi, sparsi per tutto il mondo, che si distinguono per particolarità insolite e curiose. Dal ristorante sottomarino all’interno del Hilton Maldives Resort and Spa, alla Bouvet Island, l’isola più remota del nostro pianeta. Dal Wonderland Amusement Park Chenzhuang Village, parco giochi in stile Disneyland abbandonato a pochi chilometri da Pechino, al McFarthest Spot, il punto più lontano da un McDonald in tutti gli Stati Uniti. Una guida agile, scritta con stile immediato e divertente, esaustivo ma non didascalico. Può essere letta per scovare mete da visitare o semplicemente per scoprire interessanti curiosità su luoghi erroneamente dimenticati dal turismo “convenzionale”. Un libro molto curato sia nei contenuti che nella forma.

Un volume che arricchirebbe i cataloghi di numerose case editrici dedicate al turismo e non solo, ma che invece è disponibile nei principali bookshop del web a soli 99 centesimi. E da qui nasce immediata la riflessione sull’auto-pubblicazione. Lasciamo da parte il discorso sulle politiche delle case editrici e concentriamoci sulle possibilità che il Self Publishing offre agli scrittori e ai lettori. La nascita degli e-book associata alla diffusione della banda larga è stata una rivoluzione epocale a cui la società editoriale (intesa come insieme di editori, scrittori e lettori) non si è ancora abituata. Il web e i formati digitali permettono a qualunque utente di tirar fuori il proprio romanzo dal cassetto e diffonderlo nella rete offrendolo a un pubblico potenzialmente sconfinato. L’alto numero di romanzi tra cui scegliere può disorientare il lettore che non vuole rischiare di perdere tempo e soldi in opere che sarebbero dovute rimanere sotto gli strati di polvere dell’oblio. Le case editrici dovrebbero garantire al lettore uno standard di qualità e aiutarlo quindi nella scelta. Ma il formato digitale viene visto dagli editori come una malattia letale per i propri affari e viene di conseguenza ostracizzato più o meno esplicitamente, con prezzi altissimi e prodotti di qualità mediocre. Tutta la struttura tende quindi a collassare su se stessa, creando diffidenza.

Ma che cos’è l’auto-pubblicazione? Una palude infida in cui è meglio non inoltrarsi per non rimanere impantanati? Assolutamente no. L’auto-pubblicazione è una possibilità che gli aspiranti scrittori devono trattare con rispetto. L’esempio dato da Andrea Chirichelli è una prova perfetta di questa tesi. Oltre che autore de L’Atlante delle meraviglie, Chirichelli è infatti co-direttore e co-fondatore di Players, una delle riviste on-line italiane più lette e più apprezzate dal pubblico. Players è un progetto nato per passione e sviluppato con accuratezza. I contenuti interessanti si sposano con l’alta qualità dell’impaginazione, per una rivista che è a tutti gli effetti un patrimonio del web.

Come riferitoci dallo stesso Chirichelli nell’intervista che trovate qui di seguito, l’auto-pubblicazione fatica a trovare considerazione negli ambienti “ufficiali”, ma quello che gli addetti ai lavori si ostinano a rifiutare viene in realtà molto apprezzato dai lettori, l’unica giuria a cui uno scrittore o un giornalista dovrebbe interessarsi. Questi risultati, tuttavia, sono ottenuti grazie allo standard qualitativo dei prodotti. Non ci si può alzare una mattina e decidere di pubblicare un libro o una rivista digitale. Ci vuole passione, dedizione e, soprattutto, le conoscenze tecniche per farlo. Se vogliamo che l’auto-pubblicazione acquisti la considerazione che merita, sono innanzitutto gli autori a doverla trattare con rispetto.

INTERVISTA

1) Per tutti i lettori di Diario che non ti conoscono, chi è Andrea Chirichelli?

Una persona comune. Negli ultimi anni ho fatto il giornalista freelance dopo una vita trascorsa in altre attività alle quali conto prima o poi di tornare, perché fare il giornalista in Italia è quasi impossibile, purtroppo.

2) L’atlante delle meraviglie è un libro molto particolare: come ti è venuta l’idea di scriverlo?

Da appassionato di viaggi e internet, mi è capitato spesso di imbattermi in articoli o gallery fotografiche inerenti posti stravaganti e ho iniziato a catalogarli (oh, ognuno c’ha le sue manie). Inizialmente lo facevo per mio piacere personale e per segnarmi luoghi particolari da visitare qualora mi fossi recato nel Paese X o Y, poi un giorno ho notato che avevo sufficiente materiale per scriverci un libro e così…

3) Quanto tempo hai impiegato a compiere le ricerche prima della stesura? Hai viaggiato solo virtualmente tramite la rete o hai avuto modo di visitare alcuni posti descritti nel libro?

Le ricerche sono durate tre anni, ma l’idea di ordinare il tutto, scrivere i testi, cercare foto utilizzabili con licenza Creative Common mi è venuta un anno fa. Fatto cento il numero di luoghi citati nel libro direi che la metà è frutto di ricerche e l’altra metà di esperienze personali o indicazioni di amici e conoscenti che mi segnalavano chicche particolari di ritorno dai loro viaggi.

4) Quali criteri doveva avere un luogo per entrare a far parte de L’atlante delle meraviglie? Ci sono posti che ti penti di aver escluso?

Di materiale per nuove edizioni ce n’è a bizzeffe perché il mondo, nonostante tutto e tutti, è davvero un posto incredibile e riserva moltissime sorprese. Per entrare a fare parte dell’Atlante un luogo deve avere una storia da raccontare, essere decisamente atipico o particolare, restare impresso nella memoria di chi lo visita e ovviamente non essere presente da anni sulle guide turistiche tradizionali. Per dire, La Torre Eiffel ha tutte le caratteristiche citate…tranne l’ultima. Di materiale per eventuali nuove edizioni ce ne sarebbe a bizzeffe.

5) Come mai hai deciso di auto-pubblicare la tua opera? L’editoria tradizionale è stata miope riguardo al tuo lavoro o hai preferito la pubblicazione digitale per un motivo personale?

Confesso che mi sarei aspettato un maggiore interesse da parte delle case editrici tradizionali, anche perché durante le mie frequenti peregrinazioni in libreria mi ero reso conto che in Italia guide del genere non esistevano (e non esistono, Atlante a parte) in commercio. Purtroppo i loro tempi biblici nel fornire risposte e feedback mi hanno fatto desistere, così ho risolto le cose puntando sull’auto-pubblicazione.

6) Con l’auto-pubblicazione si saltano alcuni passaggi tecnici dell’editoria tradizionale, mi riferisco all’editing, alla correzione bozze e l’esperienza di chi lavora in ambito editoriale. Quali sono stati i maggiori ostacoli che hai trovato nell’auto-pubblicarti?

In realtà editing e correzione bozze le ho affidate ad amici e persone fidate, anche se qualche refuso scappa sempre fuori (anche più di uno…). Quando rileggo un testo scritto da me stesso ho sempre problemi nel riscontrare errori perché a ogni passaggio la soglia di attenzione si abbassa. La versione epub l’ho affidata ad un esperto, io da solo non ce l’avrei mai fatta. La cover è di un bravissimo illustratore, Francesco Codolo, che ho conosciuto grazie a Players.

7) Auto-pubblicazione e pubblicità. In mancanza del supporto di una casa editrice in che modo l’autore può e deve farsi promozione? Quali sono i canali che dovrebbe usare e tu hai scelto di usare?

Beh, qui il discrimine sono i soldi. Gli unici mezzi utilizzabili sono il passaparola, i social networks e l’invio del libro a blogger o siti nella speranza che lo trovino interessante e ne parlino.

8) Oltre che scrittore sei anche co-direttore e co-fondatore di Players. Cosa ti ha spinto a fondare una rivista online?

Volevo avere qualcosa di interessante da leggere. So che può sembrare una risposta snob, ma quand’ero piccolo e fino a qualche tempo fa ho speso una fortuna in periodici e riviste, ma negli ultimi anni la loro qualità si è drasticamente abbassata. Così, dopo aver incontrato le persone giuste, ho pensato di creare una testata che riflettesse le mie innumerevoli passioni e i miei interessi. Da questo punto di vista sono il primo, e più critico, lettore di Players.

9) Quali sono state le maggiori difficoltà che avete riscontrato non solo dal punto di vista tecnico ma anche di diffusione?

Immaginati una qualsiasi difficoltà. Ecco, l’abbiamo dovuta superare. Scherzi a parte, realizzare la rivista non è stato difficile, fin da subito abbiamo avuto pieno supporto da fotografi e illustratori, spesso di fama internazionale. Players però è fatta nel tempo libero, quindi riuscire a coordinare le esigenze di tutti, grafici e impaginatori in primis, non è stato facile. In questo senso devo riconoscere che il lavoro svolto da Tommaso De Benetti, co-direttore e co-fondatore, Federico Rescaldani, il capo dei grafici e degli impaginatori (nonché regista dello spot che trovate sulla nostra home page, www.playersmagazine.it) e Luca Tenneriello, il webmaster, è stato eccezionale. Oggi tra redattori interni e collaboratori esterni “lavorano” a Players più di trenta persone, oggettivamente è un dato pazzesco, visto che tutti operiamo gratis e per passione. Ovviamente, senza internet, Players non sarebbe mai venuto alla luce.

10) Se dovessi tirare le somme in questo momento del progetto Players, quali sono state le maggiori soddisfazioni e peggiori delusioni.

La maggiore soddisfazione è ricevere feedback entusiasti da parte dei lettori, che sono davvero tantissimi e in crescita costante. Spesso veniamo contattati spontaneamente da fotografi e illustratori di fama mondiale che ci chiedono di pubblicare i loro portfolii, il che significa che in quel mondo siamo oramai riconosciuti come una realtà di assoluta eccellenza. Non per nulla le nostre cover sono finite spesso su coverjunkie.com, che è il sito più importante al mondo per cover di periodici, quindi, almeno da quel punto di vista, possiamo garantire un ritorno d’immagine notevole, anche a chi è già famoso. Le delusioni derivano dal fatto che il giornalismo “istituzionale” ci ha quasi completamente ignorato. Includo in questa categoria anche siti considerati “nuovi & innovativi” come Il Post, Lettera 43, l’Huffington Post e pure quella mezza dozzina di blogger e giornalisti che parlano spesso di innovazione (Sofri, Luna, Mantellini, De Biase etc.). Non uno che abbia speso due righe sul nostro progetto. Anche manifestazioni quali il Festival del Giornalismo non ci hanno mai preso in considerazione, eppure siamo de facto un progetto made in Italy ma con respiro internazionale, visto che metà dei collaboratori sono penne italiane che vivono all’estero e nel corso di quasi due anni abbiamo coinvolto moltissime personalità straniere. Ovviamente non è che non ci dorma la notte, però credo che Players meriterebbe una risonanza mediatica ben maggiore di quella che ha attualmente.

11) In una passata intervista hai parlato di “casta dei giornalisti”: della loro chiusura e spesso omologazione, in questo periodo di transizione verso nuove tecnologie e nuovi canali di diffusione e nuove figure smarcate dalla casta. Quale sarà secondo te il futuro ruolo del giornalista e chi saranno i nuovi giornalisti?

Il giornalista da noi ha un futuro nerissimo perché oggi l’editoria in generale non è più considerato un settore nel quale investire tempo e risorse. Ed è un peccato, perché quand’ero più piccolo, periodici e quotidiani, anche quelli più “leggeri” (penso alle riviste che trattavano cinema o videogiochi) hanno avuto un’importanza fondamentale sulla mia formazione. Il futuro in teoria è il digitale e l’online, certo che se le case editrici lo affidano alle stesse persone che dirigono i giornali cartacei non si va da nessuna parte.

12) Qual è secondo te la situazione dell’editoria “da edicola”? Le riviste cartacee hanno ancora un futuro?

No, direi di no. In realtà sarebbero già morti tutti da un pezzo, ma i quotidiani campano grazie alle sovvenzioni statali, che vengono erogate a pioggia, secondo criteri eufemisticamente oscuri e i periodici agonizzano. Il problema è che l’online viene considerato (e pagato) ancora come se fossimo nel 1995. Gli editori preferiscono coprire di soldi vecchi editorialisti rincoglioniti invece che giovani leve che sanno stare sul pezzo. Ancora più grave però è la qualità del prodotto finito. Un articolo di un qualsiasi quotidiano italiano, anche importante, ha in media più errori, refusi e strafalcioni di un pezzo pubblicato da Players. Per non parlare del provincialismo, della superficialità e della faciloneria con la quale vengono trattati particolari argomenti (videogiochi, cinema, tecnologia in generale). I periodici sono illeggibili: in copertina ci finisce sempre uno sportivo, una velina o, peggio, un politico. Sono i tre cardini su cui si poggia il 99% dell’editoria italiana, capite che dopo X anni uno davvero non ne può più. Le eccezioni ci sono, ma si contano sulle dita di una mano monca (IL, Internazionale, qualche periodico di ultranicchia). Intendiamoci, anche il pubblico ha grosse responsabilità, perchè se premi la mediocrità e il nulla cosmico (le testate di gossip, per dire) poi non è che puoi lamentarti se le edicole spariscono.

13) La genesi e il futuro di Players è il digitale, quali sono i vostri nuovi progetti e i tuoi futuri progetti?

Sì il futuro è digitale, segnalo però che dal mese scorso, grazie al servizio erogato da una start-up olandese, è possibile ricevere a casa una copia cartacea della rivista con la formula print on demand. Noi non ci guadagniamo mezzo centesimo, ma sfogliare Players seduti comodamente sul divano (o, ehm, altrove) è sempre un piacere. Vorrei che Players continuasse ad esistere ancora per qualche tempo, che avesse una maggiore considerazione “istituzionale” (se c’è bene, se poi non ce la danno noi non ci curiam di lor ma guardiamo e passiamo) e che magari si trovasse qualche altro sponsor oltre a Feltrinelli, per avere risorse da investire nel progetto. Io ho iniziato da poco a scrivere un libro “vero”, ma per terminarlo potrebbero volerci anni. O poche settimane, dipende dall’ispirazione. Un saluto ai vostri lettori e grazie per lo spazio che mi avete concesso.

Titolo: L’Atlante delle meraviglie
Autore: Andrea Chirichelli
Formato: epub
Editore: Narcissus Self Publishing, 2012
ISBN: 9788867551798
Prezzo: 0,99€
Descrizione: L’Atlante delle meraviglie luoghi che forse non avete mai visto è una guida agile, divertente, curiosa e ricca di informazioni e aneddoti alla scoperta di luoghi naturali ed edifici costruiti dall’uomo poco noti o del tutto sconosciuti. Il libro è diviso in sei sezioni:

1) Il turista distratto – luoghi singolari ubicati in zone a grande densità turistica o in città superfamose, ma di cui quasi nessuno conosce l’esistenza
2) Superstrutture – edifici realizzati dall’uomo in condizioni proibitive, in luoghi assurdi, oppure frutto del genio di singole persone
3) Il pellegrinaggio del geek – i luoghi più amati dai geek di tutto il mondo, dove mistero, tecnologia, fantascienza e nerditudine si uniscono a formare un cocktail esplosivo
4) La natura che non ti aspetti
– laghi, fiumi, foreste, isole, elementi naturali atipici o bizzarri
5) C’era una volta – luoghi con una storia o un’aneddotica accattivante e da raccontare
6) Stranezze
– Luoghi che sfuggono ad ogni catalogazione.

1 Readers Commented

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  1. Anonymous on 19 ottobre 2012

    dopo aver letto quest’intervista, come dire, io quest’uomo lo farei primo ministro.
    Manu

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