Pubblicato con più di due anni di ritardo rispetto all’edizione spagnola, il capitolo finale della trilogia Zombesca di Loueiro non vince e non convince. È una delusione, purtroppo, e si fa fatica a terminare il libro.

Avevamo lasciato Manuel, Lucia e Viktor su una bagnarola dispersa nell’Oceano, in fuga dall’Inferno delle Canarie. I tre sono sopravvissuti: raccolti da una petroliera, hanno trovato rifugio in una comunità di superstiti negli Stati Uniti. Ma si sa, spesso si scappa dalla padella per finire nella brace. L’enclave dove i protagonisti vengono accolti è amministrata da un predicatore di serie B, il reverendo Greene. Uno spiantato che non aveva avuto molta fortuna come uomo di fede, che con l’Apocalisse e il dilagare del contagio si è trasformato in una sorta di santone per i sopravvissuti.

Il reverendo è appoggiato dalle Guardie verdi, ex detenuti, uomini violenti che usano la divisa per sfogare il proprio odio verso neri, chicanos e, in generale, gente che non appartiene alla razza bianca. I coloured, coloro che non sono di pelle chiara, sono confinati in un ghetto, trattati come carne da macello – letteralmente – da Greene e dai suoi uomini per consentire alla brava gente bianca di Gulfport (questo è il nome dell’enclave) di vivere come accadeva prima dello scoppio della pandemia. I tre amici non tardano a comprendere che quel sistema tanto deviato ha fin troppi punti di contatto con la Germania nazista mescolando il più bieco estremismo razzista del Klu Klux Klan ai deliri simil profetici del reverendo. Ma c’è anche un’altra cosa che scoprono, nei pochi giorni trascorsi a Gulfport.

Esiste un antidoto al TSJ, ed è stato sintetizzato grazie a una scoperta fortuita di uno scienziato sfuggito al disastro. Questo permette a chi è stato contagiato di sopravvivere, e rappresenta un’arma fondamentale per tenere sottomessi gli uomini di colore e i reietti che vivono nel ghetto. Molti di loro sono stati contagiati e l’unico modo per sopravvivere è assumere periodicamente il Cladoxopan. Manel, che si fa subito notare per le sue capacità dialettiche, viene subito cooptato nell’amministrazione della città; non così accade per Lucia, che viene subito bollata come “femmina ribelle”, e Viktor. A seguito di una lite, i tre finiscono per separarsi e da qui la narrazione si dipana su diversi binari, fino a raccordarsi nel pirotecnico finale.

Ammetto che questa volta Loueiro mi ha deluso. Non ho trovato traccia di quella tensione, di quella capacità di trasmettere panico, angoscia e paura che c’era nel primo volume e, in misura minore, nel secondo. L’Ira dei giusti ha molti spunti interessanti – come ad esempio, una storia parallela, ossia quella di un battaglione di militari coreani che cerca di distruggere Gulfport – ma, almeno per chi scrive, ha il sapore di già visto e di già letto.

Faccio queste considerazioni con profondo rammarico. Loueiro è un autore che sa scrivere, che sa tenere il lettore inchiodato alla pagina fino a trasformarlo in un tossicodipendente affamato di parole. Leggendo, avevo la sensazione che l’Autore avesse voluto concludere ben prima questa trilogia e che le idee e le soluzioni narrative siano state messe su carta con uno sforzo immane. Il romanzo non è scritto male, tutt’altro. Tuttavia è lento, privo di quella verve, del pathos drammatico cui questo scrittore ci aveva abituato e con un paio di deux ex machina di troppo. Anche i personaggi sembrano smussati, o peggio: stereotipati. Il reverendo pazzo è decisamente molto pazzo, gli uomini della milizia di cui si serve sono i classici scherani razzisti senza pietà, i sopravvissuti del ghetto gente cinica ma di buon cuore e così via. Quanto agli zombie, ce ne sono pochini. Ammetto che, se non avessi letto i primi due volumi, difficilmente sarei andata avanti nella lettura. Il guizzo di Loueiro si coglie nella seconda metà del libro, quando la tensione sale e si arriva allo scontro finale. Gli ultimi capitoli danno una scossa al lettore, e l’epilogo, seppure malinconico, ha una luce di speranza.

La storia si chiude come un cerchio, nella casa in Galizia, là dove era cominciato tutto. Chi ha seguito le vicende di Manel si emozionerà senza dubbio. Ma un finale molto attivo e consolatorio è decisamente troppo poco e giunge tardi per risollevare le sorti di un libro che avrebbe potuto (e dovuto) essere scritto con ben altra passione.

Titolo: Apocalisse Z. L’ira dei Giusti
Autore: Manuel Loueiro
Traduzione di: P.Forno, D. Ruggiu
Editore: Nord
Pagine: 411
Prezzo: € 18,60
Data di pubblicazione: luglio 2013

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